Prof. Gian Paolo Borghi
Esempi di “buon governo” del territorio nella vita e nella cultura tradizionale appenninica
Sommario
1. Quando non ci si poteva permettere di “buttare” e di sprecare nulla
2. Dal bosco alla legna e al carbone
3. Etnografia ecosostenibile: il ciclo tradizionale della raccolta delle castagne
4. La concimazione naturale e lo smaltimento dei rifiuti
5. I mestieri della tradizione sostenibile
6. Bibliografia.
1. Quando non ci si poteva permettere di “buttare” e di sprecare nulla
In questo contributo si forniscono alcune chiavi di lettura di significativi aspetti della vita e della cultura tradizionali un tempo in essere in varie realtà appenniniche, con particolare riferimento a quelle bolognesi. I temi, sinteticamente trattati, si riferiscono tra l’altro all’uso razionale e non indiscriminato di materie prime presenti localmente, ai rapporti tra mestieri e territorio, all’uso e al riuso di oggetti e utensili, nonché alle allora quasi innate concezioni del ridurre i rifiuti in maniera responsabile.
Doveroso spazio è riservato alle testimonianze orali, veri e propri insegnamenti “dall’interno” di un mondo rurale che, un tempo, aveva nell’oralità la principale forma comunicativa. Una nota bibliografica offre infine la possibilità di affrontare ulteriori approfondimenti nella prospettiva demo-etno-antropologica qui accennata. L’arco temporale affrontato con le fonti orale focalizza situazioni in essere fin verso gli anni ’50 del ’900.
2. Dal bosco alla legna e al carbone
In un’economia di sussistenza nulla era lasciato al caso e il rispetto dell’ecosistema era salvaguardato. In una ruralità a sistema agro-silvocolturale si acquisiva ben presto piena cognizione e rispetto per i beni naturali. Anche il taglio degli alberi, ad esempio, rivestiva funzioni produttive e rivitalizzatrici dettate dalla tradizione e per questo eseguite con operazioni oculate e consapevoli. In altri termini, in un ambito familiare o piccolo imprenditoriale vigeva una pianificazione boschiva equilibrata, che evitava il disboscamento tout court privilegiando una gestione oculata e razionale (oggi si direbbe sostenibile), nella consapevolezza che dall’esistenza del bosco sarebbe dipesa l’esistenza stessa del presente e del futuro della famiglia. Altrettanta secolare consapevolezza era legata alla potature, ai diradamenti e alle sistematiche manutenzioni delle piante, per evitarne il disordine naturale e, al tempo stesso, per usufruire di forme di approvvigionamento (umano e animale) che potessero consentire un tendenziale prolungamento sine die delle funzioni e dei valori economici, sociali e ambientali del bosco. L’utilizzo del legname, da opera e da combustibile, scandiva cicli stagionali ed era variamente e razionalmente articolato, dalla vendita dei tronchi (e al loro trasporto a valle a mezzo di ingegnose funicolari, non di rado con il conseguente ausilio delle acque) al riscaldamento familiare, dal più minuto sfruttamento del fogliame e degli eventuali frutti di scarto per l’alimentazione animale (mucche, baco da seta, suini) alla preparazione delle fascine per servizi domestici e artigianali (focolare e forno, familiare e artigianale, ecc.). Perfino i rovi e tutto ciò che era di effettivo scarto - ridotti all’essenziale - divenivano occasioni di “riutilizzo” anche in prospettiva propiziatoria. Ricorda, ad esempio, Lorenzo Gelsi, testimone residente a Veggio di Grizzana Morandi, tra Reno e Setta, riferendosi ai falò preparati in alcune occasioni comunitarie del ciclo calendariale contadino (Epifania, Carnevale, San Giovanni Battista ecc.):
I falò per determinate feste si facevano usando la roba di scarto, la peggiore. Quando i contadini pulivano i campi, i rovi venivano conservati e poi facevano i falò. Ognuno faceva il suo….
Era in essere, quindi, una filiera foresta-legno-energia ante litteram, maturata nel solco di ancestrali esperienze.
Nella foresta e nel legno, inoltre, erano insiti una ragguardevole consistenza dei saperi popolari, dalle loro qualità naturali (legni variamente esistenti all’usura del tempo e del lavoro) all’uso dei rami recisi e delle radici, gestiti da antichi usi, a volte aperti pure a finalità socio-comunitarie.
Sempre a proposito del legno, in un rapporto città-campagna, i vecchi dizionarietti di arti e mestieri (una sorta di popolarissima Encyclopédie), profondamente legati alla vita quotidiana, elencavano e spiegavano sinteticamente antiche attività allora fiorenti, come quelle del Boscajolo, del Taglialegna e del Carbonajo:
Boscajolo chiamasi in talune parti d’Italia, colui che col legno, per lo più di faggio fa taluni lavori come aste, remi, stanghe, timoni da carrozze, ecc. Più particolarmente però è colui che fa ricerca di legna nei boschi.
Taglialegna è colui che nei boschi e nelle macchie taglia legna da ardere o da farne carbone e anche spezza i ceppi o ciocchi. – A questo povero mestiere bastano una scure, pochi cunei di ferro o anche di legno e un mazzo per picchiarvi sopra.
Carbonajo è colui che esercita l’arte di fare il carbone e anche chi lo rivende.
Il carbone nel senso assoluto è il residuo della imperfetta combustione del legno, ridotto in un corpo nero, solido, leggiero, capace di ardere quasi senza fiamma e senza fumo. – Il carbone è essenzialissimo nella economia domestica.
Si ha il carbone dolce, quello cioè fatto di legno dolce come il pioppo, l’ontano, il salice e simili e il carbone forte, quello, cioè, fatto di quercia, di cerro, di leccio, ecc.
Carbonaja è il luogo vasto e a mo’ di piazza ove si fa il carbone.
Si trattava, quindi, di attività profondamente radicate nei territori, al punto da avere dato origine a veri e propri cognomi. In un suo poemetto popolare cinquecentesco, Giulio Cesare Croce tra ben settecento cognomi di famiglie bolognesi ne elencò diversi, derivati da mestieri del legno e del fuoco, le cui pratiche erano note da secoli:
Verrà il verno a ghiacciar questi paesi;/Havrò i Legnami, il Fuoco, e i Carbonesi:/Quei mi terran difesi,/Con Bragia, e ’l Brugia, e l’Ardizzoni ancora,/Tal che del freddo, bruma uscirò fuora;/E s’io vorrò tal’hora/Stellar la legna ne verrà in persona/Il Mazza, il Bietta, con la Manarona;/Et anco l’amor sprona,/Il Sega, col Seghizzi, e ’l Sighizzello,/Mazzin, Mazzon, Mazzàti, e ’l Mazzozello,/Il Quercia, e l’Omatello,/Cavazza, e Cavazzoni uniti insieme,/Di starsen’ meco fin che ’l giel mi preme.
3. Etnografia ecosostenibile: il ciclo tradizionale della raccolta delle castagne
Sempre nell’ambito dell’economia silvocolturale, proponiamo un altro esempio di circuito virtuoso: la produzione delle castagne (definite popolarmente anche Pan di legno), alimento basilare in Appennino, che presupponeva una cura sistematica del bosco favorendo un giusto equilibrio con il territorio. Nulla era lasciato al caso e il rispetto per l’ambiente si traduceva anche nel riuso dei residui produttivi dell’anno precedente, accuratamente conservati per le operazioni dell’annata agraria successiva.
Se un proverbio noto nell’alta Valle del Reno attestava che Per Santa Maria/la castagna l’as crìa (Per Santa Maria [15 agosto]/la castagna si forma), il ciclo della raccolta delle castagne aveva generalmente inizio dal mese di settembre con la pulitura del castagneto (armondadûra), per consentirne la liberazione da sterpi, felci e ragge. Gli strumenti utilizzati erano di lunga pratica tradizionale quali rastrelli di legno (in tempi più recenti con le punte in ferro), falci, pennati, falcetti e scope. Nella tradizione del bosco, il castagno forniva legno pressoché esclusivamente attraverso la potatura, lo scarto della pulitura, le piante irreparabilmente invecchiate e quelle ormai morte. Il fogliame veniva inoltre raccolto per le lettiere e il sostentamento degli animali della stalla. Le foglie rimaste durante il periodo invernale, naturalmente macerate, si trasformavano in concime. Analoga funzione era riservata alla cenere, sparsa nei campi, fatta salva una parte conservata per il lavaggio della biancheria domestica.
In ottobre, alla caduta dei frutti dalle piante, si passava alla loro raccolta. Qualora le castagne non fossero cadute in maniera naturale, i rami sarebbero stati battuti con pertiche o con bastoni.
Almeno due i proverbi noti a sancire stagionalmente l’operazione, raccolti nella stessa vallata: Per San Luca[18 ottobre]/la castagna in terra tutta/e s’la n’ié a si butta; Par San Simòn [28 ottobre]/o la pèrdga o al bastòn.
La raccolta veniva favorita da un regolare mantenimento in essere dei muretti a secco o degli argini (ròste) predisposti nei pendii per evitare la dispersione a valle delle castagne. Ultimata la raccolta, le castagne venivano sottoposte al processo di essiccazione sul caniccio (canniccio) o graticcio, dentro il casone (o seccatoio o metato), una costruzione in pietra, ricoperta con lastre di arenaria, con una porta e spesso con due piccole finestre, l’una per introdurvi le castagne e l’altra per dare luce all’ambiente. L’interno dell’essiccatoio era diviso, ad altezza debita, dal canniccio, composto di listerelle di legno o di canne, sotto il quale si accendeva il fuoco (foglarîna), al centro del pavimento di lastroni di pietra o in terra battuta. Erano necessari grossi ciocchi di legna e uno sviluppo lento del fuoco, con molto calore e poca fiamma; il risultato era agevolato dalla sua copertura con la sânza, la buccia delle castagne dell’anno precedente, che era stata conservata e ammonticchiata in un angolo.
L’essiccazione favoriva anche le veglie, importanti momenti di socializzazione serale. La gente si riuniva nel casone invaso dal fumo e trascorreva la notte tra canti, storie, fiabe e racconti di paura, in un tradizionale passaggio di questo patrimonio trasmesso oralmente.
Riportiamo, tra le tante, due di queste narrazioni fantasiose e cariche di suspense raccolte in territorio garfagnino, ma comuni anche ad aree appenniniche emiliane:
C’era un raccoglitore di castagne e abitava… c’aveva il metato nella selva, e lui la sera dormiva in questo metato e […] la mattina dopo diceva: “Io so ieri sera che avete mangiato a cena”. Dicevano che era uno spirito che andava a casa di questa persona… lui dormiva nel metato, poi partiva da questo metato, come uno spirito… andava a casa di questa famiglia e dicevano che la mattina, quando andava a cogliere, dicevano che raccontava tutto quello che avevano mangiato a cena.
È una casa isolata circondata dal bosco, si chiama “La casa delle padelle”. Si racconta che sia infestata dai fantasmi, la gente dice di sentire voci e rumori provenienti dalla casa disabitata. Si dice che i fantasmi andassero nella stalla a sciogliere le mucche e a fargli la treccia alla coda. I padroni della casa, spaventati, chiamarono il sacerdote per benedirla ma, arrivato sul posto, quando cercava di aprire la porta con la chiave, questa veniva respinta all’esterno. Si dice anche che prima di andarsene sia stato preso a ciaffate [schiaffi] da persone invisibili.
Intanto il processo di essiccazione avveniva in maniera graduale: in una prima fase, a finestra aperta, si ponevano le castagne in uno strato di circa 25 centimetri sopra il canniccio per eliminare l’umidità; quindi, dopo la chiusura della finestra, iniziava l’essiccatura, previa verifica (ovvero l’assaggio del prodotto), da parte dei più esperti, dell’avvenuta essiccazione del canniccio. Il procedimento durava una ventina di giorni, al termine dei quali le castagne, sopra il fuoco (rivoltate per garantirne un’essiccazione uniforme), venivano fatte cadere dal canniccio attraverso uno spazio creato tra le sue listerelle.
La fase successiva consisteva nella pistadûra, ossia nella ripulitura dalle bucce e dalla sanza con strumenti essenziali: una lunga stanga in legno, fatta col concetto della vanga, con un appoggio in metallo per il piede, a due terzi circa della lunghezza, e una punta composta di una serie di corone di ferro concentriche per rompere la buccia delle castagne secche. A causa della sua conformazione, che ricordava una corona, la punta veniva chiamata regina oppure re, in quest’ultimo caso se le serie di corone che la componevano fossero state tre.In un bidone di legno, chiamato buzzurro si versavanole castagne. Era necessario, infine, un largo recipiente di legno, una specie di cassetta-setaccio a tre sponde basse, la vassôra, per separare le castagne dalla buccia . Il lavoro veniva eseguito da uomini e donne: gli uomini salivano su uno sgabello, o su un “ciocco” di castagno e, impugnata la stanga, pestavano dentro il buzzurro con movimenti ritmici e continui per rompere la buccia delle castagne. Le donne, invece, le facevano volteggiare nella vassôra per separarle dalla buccia e dalla sanza.
Non restava, infine, che portare le castagne al mulino ad acqua, dopo averle insaccate e pesate, per la loro trasformazione in farina. Il mugnaio veniva retribuito in percentuale di prodotto (molenda) e la farina, destinata all’alimentazione, era poi riposta – letteralmente pressata – in cassoni di legno.
4. La concimazione naturale e lo smaltimento dei rifiuti
Le deiezioni animali, solide e liquide, unite alle lettiere, nonché quelle umane, fin verso gli anni ’50 hanno pressoché costituito il fertilizzante principe delle coltivazioni tradizionali. Tutto ciò che non poteva avere in assoluto un uso concreto nell’economia familiare (o piccolo aziendale) veniva collocato nel letamaio, vera e propria fonte organica per i terreni e fertilizzante per nuovi cicli colturali. Sparso nei campi, il letame aveva una funzione fondamentale per le colture e, al tempo stesso, rappresentava una fonte di smaltimento altrettanto efficace.
La testimonianza che segue, a nostro avviso, di rilevante interesse umano e socio-etnografico, è incentrata sull’uso del letame e di pochi altri fertilizzanti naturali in essere nell’alta Valle del Reno, in un territorio nel quale comunque l’allevamento ovino era allora tutt’al più di uso familiare. È stata resa da Arnolfo Antilopi (nato pochi anni dopo la fine della Grande Guerra), di Ca’ di Giano di Gaggio, con la collaborazione del figlio Aniceto:
[Fertilizzanti naturali di un tempo]
Come concime si adoperava il letame delle mucche e anche quello del maiale e dei conigli, ma più che altro era delle mucche. Si portava nel letamaio e si spargeva prima di arare i campi e anche un po’ nell’orto prima di vangarlo in primavera. Poi abbiamo cominciato a dare anche un po’ di concime comprato al Consorzio Agrario, ma più tardi, e quello si dava un tipo prima dell’inverno e un tipo in primavera. Ma più che altro era letame. Nell’orto dove c’era da vangare ci si buttava anche la cenere, specialmente intorno alle piante dei fichi.
[I rifiuti: come e dove si raccoglievano. In che cosa consistevano soprattutto]
Si portava tutto nel letamaio, anche gli scarti della roba da mangiare e le bucce della frutta. Del rusco allora se ne faceva poco perché si adoperava tutto e non c’erano mica le scatole di plastica. Il rusco erano gli scarti della roba da mangiare.
Il rapporto tra “rusco” e ambiente sarebbe proprio ulteriormente sottolineato dallo stesso termine dialettale: come ha sottolineato il dialettologo bolognese Luigi Lepri, róssch (rusco) deriverebbe da ruscus, pungitopo, arbusto cespuglioso usato un tempo come scopa.
[La stalla e il letamaio: modi di raccolta, conservazione e uso come fertilizzante]
La stalla si puliva due volte al giorno, alla mattina e alla sera, si adoperava una forca e un badile, poi si cambiava la paglia sotto alle mucche, una volta al giorno si metteva quella pulita. Il letame lo portavo via con una carriola che si adoperava solo per quel lavoro lì e si portava nel letamaio.
Il letamaio era una buca per terra, un po’ distante da casa per via della puzza… d’estate. Noi avevamo sempre due mucche, delle volte anche tre e quasi sempre un vitello. Ogni tanto bisognava mettere a posto il letame e fare una massa fatta bene perché fino che la buca era quasi vuota bastava scaricare la carriola, ma poi quando cresceva bisognava metterlo a posto con la forca. Dove c’era il letamaio bisognava fare un fossetto per scolare via l’acqua quando pioveva perché se l’acqua si fermava lì faceva una gran puzza.
Nel letamaio si buttavano anche le foglie che si spazzavano intorno a casa d’inverno e anche la graspa del vino dopo aver torchiato. Quando si ammazzava il maiale, ci si portavano i peli e le unghie e quel po’ di roba che c’era da buttar via.
Si svuotava il letamaio un po’ prima di arare e si portava giù nel campo dopo che avevamo mietuto. Si portava via nei primi di luglio, quando si sapeva dell’arrivo di Celso, il trattorista che veniva ad arare. Il letame si buttava quasi tutto nella stoppia [residuo nel campo dopo la mietitura] e se ne avanzava anche nell’erba [campo che veniva arato dopo il taglio del fieno].
Per portarlo via, un tempo si adoperava un biroccio fatto apposta, tirato con le mucche, poi dopo la guerra abbiamo cominciato a chiamare una persona con il camion. Poi chiamavo quattro cinque persone a aiutarmi e una sera dopo le cinque si cominciava a portarlo via; alcune volte ci abbiamo messo anche fino a dopo mezzanotte, perché ne abbiamo portati via anche dodici camion. Io da casa “tiravo” un filo elettrico con una lampadina per vederci, avevo una prolunga fatta con del filo americano… Nel campo si facevano delle “mucchie” di letame. Con un camion se ne facevano quattro o cinque, poi il giorno prima di arare andavo a spargerlo con la forca.
Quello del letame era un lavoro faticoso, perché era pesava molto, specialmente quando si arrivava in mezzo al letamaio. In cima era leggero, c’era ancora della paglia, ma dentro, nella “massa”, con il tempo marciva tutto e diventava così, bagnato e pesante.
Il letame è il concime migliore per il grano; quando abbiamo smesso di allevare le mucche [nel 1978 o nel 1979] si è visto che il raccolto era differente; anche gli anni successivi, fino a che abbiamo arato, si vedeva che il terreno era diventato magro.
Il testimone prosegue spiegando ulteriormente che la rotazione delle colture prevedeva per 5-6 anni la raccolta del fieno e per un paio d’annate la semina del grano. In altri termini, dopo le fasi di coltura a fieno, il terreno veniva arato senza concimazione naturale, a meno che non ci fosse letame in abbondanza. Il secondo anno, quando si arava dopo la mietitura del grano, il terreno veniva concimato con il letame. Trascorso il secondo anno a grano, in primavera, dove c’era già il grano nato, veniva seminata anche l’erba da foraggio (erba medica o lupinella) per i successivi 5-6 anni.
Una tecnica di fertilizzazione sostitutiva del letame ci perviene dalla valle delle Tagliole, nell’alto appennino modenese; la raccolse il folklorista geminiano Roberto Vaccari:
Non avendo a disposizione quello naturale (letame sia solido che liquido) e non avendo soldi per acquistare quelli chimici, il concime se lo preparavano loro, facendo in questo modo.
Andavano in una zona incolta e brulla, raccoglievano ginestre, sterpi e rovi e ne facevano un cumulo ben sistemato. Con la zappa, quindi, toglievano dal terreno lo strato di crosta in superficie, dividendolo in pezzi larghi una ventina di centimetri quadrati; con queste specie di “pizze” di terra (denominata “pióda”) coprivano il cumulo foderandolo completamente, quindi vi appiccavano il fuoco. La crosta in tal modo si cuoceva diventando concime. Il cumulo, denominato “fornacchia”, dopo la cottura era lasciato per qualche tempo “riposare”, quindi veniva usato per fertilizzare i campi (in modo particolare quelli seminati a segale).
Il contributo all’equilibrio ambientale dipendeva anche dal tendenziale annullamento del “rusco”, ridotto in maniera estrema, in quanto gli oggetti, le attrezzature strumentali e tutto quanto possibile veniva riparato in ambiti familiari oppure affidato ad artigiani ambulanti, alcuni dei quali provvedevano pure a raccogliere ossa di animali, capelli, pellame, stracci, rottami di ferro e di altri metalli, cascami, nonché quant’altro poteva servire ad un’industria che si avvaleva di questi materiali di recupero per una nuova produzione fondata sul riuso.
Procediamo ora a descrivere alcune di queste esperienze lavorative e commerciali di un tempo.
5. I mestieri della tradizione sostenibile
Nella piccola società rurale le modeste attività di produzione e di ripristino erano ampiamente diffuse. Lo comprovano anche i già citati manualetti ottocenteschi (ma diffusi anche nel ’900) di “arti e mestieri” che le descrivono con una certa ricchezza di particolari. Ecco, ad esempio, una sintesi di mestieri, attrezzi, materie prime e fasi di lavoro. È bene ricordare che questi artigiani non sempre erano esclusivamente costruttori, ma dovevano pure industriarsi, per la maggior parte in forma itinerante, a riparare gli oggetti quando erano danneggiati dall’uso, dall’usura o da piccoli incidenti domestici:
Stagnajo è l’artefice che fa lavori di stagno e di latta.
Stagno è metallo di colore biancastro tendente all’argentino; più duro, più duttile e meno pesante del piombo: è il più fusibile dei metalli. – Carattere speciale dello stagno è di scricchiare nel piegarlo.
Latta è una lamina sottile di ferro coperta di stagno e penetrata da questo in tutta la sua grossezza.
Saldare è riunire con fuoco e con saldatura pezzi di latta o d’altro metallo.
Pece è una specie di ragia e resina più particolarmente detta colofonia, che si cava dal pino, dal larice, dal terebindo, dall’abete e si vende in commercio a pani.
Tagliolo è una specie di scalpello ma senza smusso corto, e tutto di ferro.
Stampa è arma di ferro a foggia di punzone col quale, picchiato con martello, s’impronta nella latta un segno qualunque come numeri, lettere, fregi e simili.
Stampo a taglio è uno stampo tagliente il quale picchiato col martello porta via di netto il pezzo, lasciandovi un buco o tondo o variamente conformato. Questa operazione si fa col battere sul piombo a banco.
Piombo a banco è un disco di piombo più o meno largo, grosso un dito o poco più, sul quale la latta o altra lastra metallic s’impronta collo stampo.
Calderajo è colui che fa utensili di rame come caldaje, pajuoli, casseruole, ecc.
Il Rame è un metallo di color rossiccio, tenace, duttile e malleabile e per questa qualità molto adatto alla fabbricazione di vasi da cucina e di utensili per varie officine.
Stagnare, parlandosi di vasi di rame, vuol dire coprirne la superficie interna con un velo sottile di stagno. Ciò si fa coll’avvivare il rame cerchiandolo con un pezzo di acciajo tagliente, quindi infondendo nel vaso un poco di stagno fuso che si va conficando con arnese adatto.
Per la materia prima alcuni mestieranti si avvalevano di ciò che offriva la natura. Valgano, per tutti, il Panierajo e il Seggiolajo:
Panierajo è quell’artefice che fa panieri, canestri, ceste e via dicendo.
Paniere è un arnese in tessuto di vetrica, di vimini, e di vinchi, all’oggetto di riporvi e portarvi attorno robe non liquide.
Canestro è lo stesso, salvo piccole differenze.
Cesta è una specie di paniera intessuta di vimini a fondo piano quadrangolare a sponde poco rilevate.
Corba è una specie di cesta più stretta e più alta.
Corbello è una piccola corba senza manichi.
Questa era invece la definizione delle note creazioni del Seggiolajo:
Seggiola è un arnese domestico retto su quattro gambe con spalliera e per lo più senza braccioli per sedersi una persona sola.
Tra gli altri diversi mestieri ambulanti a supporto del piccolo mondo paesano e rurale ne citiamo alcuni, iniziando da quello dell’arrotino, universalmente noto per l’affilatura di coltelli, forbici e lame varie. Un tempo si spostava con una specie di carriola trainata a mano, la cui ruota si trasformava in mola e, in seguito, con una speciale bicicletta nella parte anteriore della quale aveva collocato una mola azionata dai pedali. Un recipiente munito di rubinetto faceva scorrere l’acqua, che agiva da lubrificante. Spesso aveva coniato particolari richiami per segnalare il suo arrivo e la sua disponibilità.
Un’altra attività ambulante era esercitata dallo straccivendolo, noto nel bolognese con il termine sulfanèr, in quanto inizialmente vendeva i sùlfen ovvero gli zolfanelli. In tempi successivi passò al recupero di stracci e di altro materiale (ossa, pellame, rottami metallici ecc.).
Un ricordo di questi due mestieri è stata da noi raccolto a Ponte della Venturina di Granaglione, nell’alta Valle del Reno, da un’anziana testimone che ha inteso mantenere l’anonimato:
Un tempo passavano con il carretto trainato dal cavallo, i solfanai, che raccoglievano soprattutto gli stracci, ma anche tanti cascami. Mi ricordo che veniva qualcuno dal bolognese, ma c’erano diversi toscani, che li portavano forse a Prato e che gridavano: Donne, stracci, donne, stracciiii!!!
Le donne non gettavano via niente e quando passavano queste persone portavano loro queste cose… Il solfanaio pesava queste cose con la sua stadera e dava in cambio piccole cose: mi ricordo un pezzo di “saponaccio” o altre cose che, comunque, venivano accettate con soddisfazione per la piccola economia di casa! Poi, con il tempo, arrivò anche qualche soldino!
Dal Veneto o dal Trentino arrivavano poi gli arrotini per arrotare i ferri. Io credo che facessero anche dei mercati qui attorno. Avevano una loro particolare bicicletta e gridavano: Dòne, è ’rivà èl moléta!!! Spesso chiedevano di poter passare la notte nelle stalle o nei fienili. Alcuni di loro erano anche bravi a raccontare delle vecchie storie, delle favole, degli episodi che mettevano un po’ di paura… Destavano anche curiosità per il loro parlare con un accento diverso dal nostro…
Gli stagnini o calderai (in alcune zone erano chiamati anche “magnani”) erano spesso in grado di riparare non soltanto pentole e paioli, ma anche piatti, brocche e altro (in Toscana erano pure chiamati “sprangai”). Per queste ultime, si servivano di un trapano manuale in legno e utilizzavano la pietra molare con la quale riuscivano abilmente a cucire gli oggetti rotti. Si legge in una ricerca toscana di confine:
Donne! C’è ’l magnano!
Il magnano girava soprattutto per le campagne per eseguire piccoli lavori di fabbro a domicilio. Per lo più erano vecchi paioli da rattoppare, per cui gli si davano da fondere e ribattere i vecchi “diecini” di rame, fuori corso, di Vittorio Emanuele II e di Umberto I (che anche per questo son diventati rari). Siccome doveva urlare a squarciagola per farsi sentire anche dai casolari più lontani, poteva ben dirsi che Tre donne e un magnano, fecero la fiera a Dicomano.
Nei territori un tempo appartenenti allo Stato della Chiesa le monete che erano state prevalentemente conservate erano i baiocchi di rame (detti popolarmente baiocche), di una certa pesantezza, usati anche per essere fare pressione, con una fasciatura, sull’ombelico dei neonati per favorirne la cicatrizzazione evitando anche potenziali ernie.
Il variegato mondo degli itineranti aveva prodotto testi con giochi verbali a più o meno sottinteso sfondo sessuale aventi come “soggetto” i mestieri della tradizione, non ultimi quelli ambulanti. Alla diffusione di questo repertorio otto-novecentesco, residuo dell’arcaico canto di scherno a contenuto erotico-propiziatorio, contribuirono anche i cantastorie, che idearono (o rielaborarono) diversi testi, diffusi soprattutto su fogli volanti, due frammenti dei quali proponiamo in questa sede. Il primo si riferisce all’ombrellaio e sprangaio, che ripara ombrelli, piatti, catini e… tegamine. Composto da Gino Berti, porta il titolo L’ombrellaio. Canzonetta umoristica:
Donne, donne, chi vuol l’ombrellaio?
Io li aggiusto per pochi quattrini,
ed essendo anche un bravo sprangaio
io v’accomodo piatti e catini.
Se c’è qualche sposina
con la tegamina
tutta fracassata
la porti pur qua,
con quattro punti
si puole aggiustar.
Il secondo, anonimo, fa invece riferimento alle “prestazioni” degli Zingari calderaj, maestri nella riparazione delle caldare; fu persino pubblicato nel prestigioso “Journal of the Gipsy Folklore”:
Noi siamo Zingari calderaj
Che veniamo da Cafienza,
E le vostre gran caldare
Accomodiam con preferenza;
Due botte noi ci diamo
Le caldare accomodiamo
E per quelle che non sentono
Ci convien a noi gridar
I Calderar.
6. Bibliografia
L’elencazione delle pubblicazioni segue l’ordine dei paragrafi per la redazione dei quali sono stati oggetti di consultazione:
- G.P. Borghi, Frammenti di cultura calendariale tradizionale raccolti nel territorio di Veggio, in Veggio nella storia e nella tradizione, Veggio di Grizzana Morandi 2014, pp. 123-148
- Dizionarietto popolare di Arti e Mestieri, Milano 1885, p. 42 (“Biblioteca del Popolo”. 81). [Nello stesso volumetto sono descritte varie altre attività legate all’economia agraria quali: Magoniere, Magnano, Fabbro e Maniscalco, Legnajuolo, Bottaio e Segatore, Funajolo, Cordajo]
-G .C. Croce, Scelta artificiosa di settecento cognomi delle Famiglie di Bologna; I quali di loro senso appropriati, dimostrano le innumerevoli commodità, e grandezza di essa felicissima Città, In Bologna, per Giovanni Rossi 1594. Il libretto è conservato presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio
- Gruppo di studi alta valle del Reno, Sulla tradizionale coltura del castagneto nella montagna bolognese, in Il castagno. Tradizioni e trasformazioni, “Quaderni del Centro Etnografico Ferrarese”, 30, 1989, a cura di R. Roda, pp. 31-39
- P. Biagioni, Il castagno in Garfagnana. Storia e attualità, Castelnuovo Garfagnana (Lucca) 2005
- U. Bertolini e I. Giannotti (a cura di), “La paura è una beretta che si leva e che si metta. Luoghi, storie e figure della paura in Garfagnana, Castelnuovo Garfagnana 2004
- L. Lepri, Dî bän só, fantèśma in www.bulgnais.com.
- R. Vaccari, Folklore e tradizioni della valle delle Tagliole e della fascia sottostante il Lago Santo modenese, in Pievepelago e l’Alto Frignano. Atti e memorie del Convegno tenuto a Pievepelago il 2-3 settembre 1978, II, Modena 1979, pp. 175-176
G- . Pecori (a cura di), Gridi nelle strade fiorentine, Firenze 1980
- Archeoclub d’Italia. Sede di San Gimignano (Siena), Mestieri di una volta, San Gimignano 1989
- G. Valli, C’erano una volta vecchi mestieri, Pastrengo (Verona) 2014
- R. Leydi, Cantastorie, in Id. (a cura di), La Piazza. Spettacoli popolari italiani descritti e illustrati, Milano 1959
- G.P.Borghi, Musa popolare e mestieri tradizionali, in P. Foschi, E. Penoncini e R. Zagnoni (a cura di), L’Acqua e il fuoco. L’industria nella montagna fra Bologna, Pistoia e Modena nei secoli XV.-XIX. Atti delle giornate di studio (22 luglio, 3 e 11 agosto, 9 e 10 settembre 1995), Porretta Terme-Pistoia 1995, pp. 129-142
- Anonimo, Italian Zingaresche, in “Journal of the Gipsy Folklore”, III (1891-1892), 1892, pp. 55-56
- G. Bagnaresi, Gli zingari calderai, in “Valdilamone”, XI, 2 (1931), pp. 90-92

