Acqua e legno, energia per la montagna

  

Prof. Renzo Zagnoni

L’acqua e il legno:
l’energia per la montagna fra Bologna e la Toscana nella storia

Sommario

1. La forza dell’acqua dall’età antica ai giorni nostri
2. Boschi e legname per la vita della montagna
3. Bibliografia

Premessa

La montagna compresa fra il Bolognese e la Toscana fin dal primo millennio avanti Cristo ha rappresentato uno spartiacque di collegamento fra l’Italia settentrionale e centrale. Le valli di penetrazione appenninica hanno rappresentato le vie naturali di risalita ai crinali ed ai passi che mettono e mettevano in comunicazione i due versanti dell’Appennino. Per questo la presenza umana, secondo un andamento sinusoidale di incrementi e decrementi, è stata costante: dai primi villaggi dell’età del bronzo localizzati al Poggio di Gaggiola a monte di Silla ed al monte della Croce sopra Santa Maria Villiana; alla grande città etrusca sorta nei pressi di Marzabotto; agli insediamenti romani localizzati soprattutto nella media e bassa valle del Reno; alle pievi medievali le prime delle quali risalgono probabilmente ai secoli V e VI; ai numerosissimi villaggi che sorsero dopo il dirompente fenomeno della crescita demografica e dell’allargamento delle superfici coltivate successivo all’anno Mille.

Snodo storico fondamentale per questa presenza umana fu sicuramente il secolo XIX, che, con la costruzione prima della strada carrozzabile poi della strada ferrata Porrettana, allargò la presenza di nuovi villaggi anche al fondovalle, spostando così l’asse della presenza umana dalla mezza costa delle montagne alle zone collocate nei pressi del Reno.

Tutte queste popolazioni, la cui storia copre quasi tre millenni di storia, ebbero la possibilità di vivere anche su queste montagne e di trovarvi le risorse per la vite, soprattutto per la presenza di due elementi che la natura forniva gratuitamente agli abitanti: l’acqua di sorgenti, torrenti e fiumi e il legname dei boschi, la cui superficie variò a seconda della presenza umana e del loro rapporto con le nuove superfici coltivate, ricavate dal taglio delle antiche foreste originarie.

 

1. La forza dell’acqua dall’età antica ai giorni nostri

In primis l’acqua ha rappresentato per gli uomini della montagna e per il loro immaginario collettivo un elemento fondamentale, non solamente per l’essenziale funzione di elemento vitale, ma anche per la forza che, prima dell’invenzione del motore a vapore e degli altri tipi di motore, rappresentava l’unica possibilità di movimento per gli antichi opifici idraulici, a cominciare dal mulino. L’acqua dunque fin dall’epoca romana servì a far muovere le ruote dei mulini, dalle quali si ricavano e si ricavavano i vari tipi di farina.

L’acqua dunque come motore che potenzia la mano dell’uomo e ne allevia le fatiche. Che differenza fra la fatica delle donne delle antiche civiltà che macinavano a mano i cereali con rudimentali e strumenti, e le macine mosse dalla forza dell’acqua! Un autore latino, Antipatro di Tessalonica, interpreta splendidamente la novità rappresentata dall’invenzione del mulino ad acqua, ed a cogliere la sua primordiale funzione nel rendere meno faticoso il lavoro umano. Egli fu presenta a Roma verso il 9 a.C. al seguito di Lucio Calpurnio Pisone, e compose questo epigramma, che ne chiarisce il pensiero:

“Donne occupate a macinare il grano cessate di affaticare le vostre braccia! Potete dormire quanto vi piace e lasciare cantare gli uccelli la cui voce annuncia il ritorno dell'aurora. Cerere ordina alla Naiadi di fare ciò che facevano le vostre mani: esse obbediscono, si slanciano fino alla sommità di una ruota e fanno girare un asse; l'asse, per mezzo dei raggi che lo circondano, fa girare con violenza le ruote che aziona. Eccoci ritornati alla vita felice e tranquilla dei nostri padri: impariamo a preparare gli alimenti e a raccogliere senza fatica i frutti del lavoro di Demetra.”

Queste parole fanno capire che cosa rappresentò l’invenzione del primo degli opifici idraulici, da cui tutti gli altri derivano, sia per l’età antica, sia per i secoli del Medioevo. L’autore, infatti, rivolgendosi alle donne, che fino a quel momento avevano avuto il gravoso e faticoso compito della molitura dei cereali per mezzo di mortai o di rudimentali macine, sottolineando come il nuovo impianto rappresentasse un primo momento di vera e propria emancipazione femminile, che avrebbe permesso quasi un ritorno alla mitica età dell’oro, durante la quale tutto era perfetto e gli uomini vivevano senza fatica raccogliendo i frutti delle natura.

Alla vicenda, raccontata splendidamente da Antipatro, partecipano uomini e dei: prima di tutto la greca Demetra, che è la Cerere latina, colei che aveva insegnato l'agricoltura agli uomini che in precedenza vagavano per i boschi e si nutrivano di ghiande, ed era quindi invocata per ottenere l'abbondanza delle messi. È lei ad ordinare alla Naiadi, dee delle acque e delle fonti, di sostituirsi alle donne: così esse si slanciano verso l'alto per far muovere la ruota che a sua volta muove la macina del mulino. Par davvero di vedere in questo quadro poetico e mitologico il movimento di una ruota verticale, tipica dei mulini in certe zone d'Italia. L’importanza del citato epigramma è confermata dal fatto che anche Karl Marx e Bloch vi scorsero lo stupore di un poeta di fronte alla grande novità che il mulino rappresentò per la storia dell’umanità.

La ruota verticale descritta dall’autore latino non è però quella che, secondo la documentazione in nostro possesso a cominciare dal secolo XI, servì per far muovere i mulini del territorio montano compreso fra Bolognese e Pistoiese. Qui infatti prevalse nettamente, fino a tempi recentissimi, la ruota orizzontale che prese il nome di ritrècine o cadinèra, a seconda del dialetto delle località, e che era dotata di pale contro cui l’acqua fa forza per muovere le soprastanti macine, con un moto che si trasmette in modo diretto, a differenza dei mulini a ruota verticale, nei quali il moto rotatorio impresso dalla ruota stessa deve essere trasformato in senso ortogonale per permettere la macinatura.

Un’invenzione come quella del mulino ad acqua ebbe un impatto così dirompente nelle attività agricole, di produzione delle farine e più in generale nell’ambito socio-economico, che può essere senza esagerazione messo in paragone all’invenzione della ruota nell’atà antica e dei motori del mondo moderno, a cominciare da quello a vapore nella seconda metà del Settecento.

La scelta del meccanismo a ruota orizzontale è sicuramente da mettere in relazione alla presenza in questo territorio di numerosissimi corsi d’acqua, per lo più a regime torrentizio, che imposero la realizzazione di un canale di adduzione costruito con uno sbarramento sul corso d’acqua. Tale canale raccoglie le acque in un piccolo lago, in molti luoghi definito botte o bottaccio, la cui profondità determina la pressione che serve al movimento dei cadini scavati nel legno e fissati in un tronco verticale. In questo modo fu possibile raccogliere e conservare la necessaaria maggiore quantità d’acqua, che il regime torrentizio non avrebbe permesso di utilizzare. In periodi di siccità, soprattutto fra agosto ed ottobre, era infatti necessario attendere che il bottaccio fosse pieno per iniziare la molitura, salvo poi sospendere il lavoro quando la bottacciata, cioè la quantità d’acqua raccolta ogni volta, era finita.

Per il territorio qui preso in esame non abbiamo informazioni, né documentarie né archeologiche di mulini dell’età antica. La documentazione, sempre più abbondante col passare dei secoli a cominciare dall’XI, attesta di una presenza capillare su tutto il territorio ed a tutte le altitudini a cominciare dal Medioevo. Questo fenomeno è riconosciuto anche da Marc Bloch, che sostiene che pur essendo un’invenzione dell’età antica, fu il Medioevo il periodo di maggiore diffusione di questo tipo di opifici.

Delle macchine medievali nulla ci è rimasto, sia a causa del materiale con cui erano realizzate, il legnp, sia per la presenza di forte umidità nei luoghi di fondovalle dove erano collocati i mulini. Ed anche se i meccanismi che conosciamo, i più antichi dei quali risalgono ai secolo XVII-XVIII, risultano complessi, quelli del Medioevo furono sicuramente molto più semplici e rudimentali, poiché i tanti accorgimenti tecnici, pensati ed applicati dai tanti mugnai “inventori” di cui si è perduta inevitabilmente la memoria, si andarono sedimentando nel corso di molti secoli. Furono costoro che contribuirono al formarsi di quella grande esperienza tecnica sulla quale si basa il mulino ad acqua fino ai giorni nostri.

Fra X e XI secolo questo territorio montano fu teatro, come moltissimi altri in Italia e in Europa, di un fenomeno dirompente, che determinò un consistentissimo incremento demografico collegato biunivocamente all’incremento della produzione agricola, che fu causato dalla conquista alla coltivazione di ampi e nuovi terreni. Per questo i vecchi villaggi di solito sorti attorno alle pievi si ripopolarono e ne sorsero numerosissimi di nuovi. Fu questa la causa principale del repentino e notevolissimo aumento del numero dei mulini in tutta Europa. Dapprima furono i signori laici ed ecclesiastici ad occuparsi della loro costruzione e manutenzione, poiché il mulino era anche un importante momento del potere signorile, poiché il controllo della macinatura di cerali, ed in questo territorio anche di castagne secche, comportava un diretto controllo sugli uomini. Numerosissimi sono gli esempi documentati di questi mulini signorili, ma per amor di brevità ricorderemo solamente il caso diploma con cui l’imperatore Federico I il 10 agosto 1164 confermò tutti i suoi beni al conte Alberto di Prato. Fra i tanti territori e diritti che questo atto elenca troviamo anche molendindinis,aquis aquarumque decursibus. Allo stesso modo fra XII e XIII secolo molti mulino sono documentati dipendenti dall’abbazia di valico di Santa Maria di Montepiano, sorta fra la valle settentrionale della Setta e quella meridionale del Bisenzio.

Fra secolo XII e XIII però il potere signorile andò mano a mano scemando a causa della nascita dei comuni cittadini e, sul loro esempio, di quelli rurali. Il nuovo attore sulla scena del potere cominciò ad occuparsi anche dei mulini, poiché i governanti delle città si accorsero della loro importanza, sia per la vita degli uomini sia per il loro controllo. Per questo in questi secoli le comunità, oltre ad occuparsi dei boschi comuni ed a promuovere la costruzione di edifici ad uso comunitario come la casa comunale o la chiesa, prestissimo cominciarono a costruire propri mulini comunitari che permisero agli stessi comunisti, così si chiamavano allora gli appartenenti alla comunità, di liberarsi dai vincoli servili propri della macinazione presso i mulini dei signori laici ed ecclesiastici. Gli stessi comunisti erano obbligati a macinare in modo esclusivo nel loro mulino.

Un’importante fonte che ci fornisce inedite informazioni sull’importanza dell’attività della molitura nelle comunità della montagna è sicuramente lo statuto del comune delle Sambuca Pistoiese, una piccola comunità oggi come allora al confine fra Pistoiese e Bolognese, una collocazione che rende ancor più preziosa questa fonte storica. Un ulteriore motivo che rende questo testo fondamentale è che si tratta dell’unico statuto comunitario a noi giunto nella sua forma pressoché originale: pur non essendo giunta fino ad oggi la sua stesura del 1291, possediamo quella di poco successiva, dell’anno 1340. La normativa relativa a questo tema è contenuta nelle rubriche 196 (De molendinarii), che tratta dell’attività dei mugnai, e la successiva 197 (De statera molendinarii), sulle bilance da adottare nei mulini. La prima fissa il prezzo per la molitura, che veniva calcolata in relazione alla quantità di cereali macinati ed ammontava a due lire per ciascuna omina, la misura di capacità pistoiese, da pagare direttamente al mugnaio. La seconda prevedeva che fossero gli stessi mugnai a procurarsi le stadere necessarie per la pesa degli aridi e delle farine. Molto significativo il fatto che la prima di queste due rubriche non parla affatto di frumento fra le merci da macinare, ma solamente di castagne secche, segno inequivocabile che i mulini della Sambuca macinavano esclusivamente questo tipo di frutti: i cereali non erano sicuramente diffusi in una economia montana come quella di questo comune, nelle cui valli si coltivavano soprattutto castagni, i cui frutti permettevano di produrre la farina che rappresentava l’elemento fondamentale per la povera dieta dei montanari.

A causa del già ricordato prorompente incremento demografico, che fu contemporaneamente conseguenza e causa della conquista di nuovi terreni per la produzione agricola e che culminò nella seconda metà del Duecento, la necessità di nuovi impianti per la molitura fece sì che non più solamente le comunità costruissero mulini, ma anche numerosi singoli privati si impegnassero in questa attività: divenire mugnaio rappresentò per la piccola borghesia agricola di queste montagne un’occasione di riscatto sociale ed economico. Per un gruppo familiare avere un mulino rappresentava infatti una sicura e consistente fonte di reddito, come testimonia l’immaginario collettivo che ancora in epoche recenti presentava il mugnaio come un uomo dotato di ricchezza, sempre pronto però a tentare di raggirare il povero contadino appropriandosi indebitamente di una quantità non dovuta di farina. Nel Granaglionese ancora nel secondo Dopoguerra circolava il proverbio “Fortunato in questo mondo chi ha un prete o un sasso tondo”: un prete in famiglia rappresentava in molti casi quasi un’assicurazione sulla vecchiaia per una coppia di anziani contadini, mentre il sasso tondo, cioè la macina di un mulino, assicurava un reddito di tutto rispetto.

Così anche i privati cominciarono a costruire mulini naturalmente in relazione alle contingenze economiche relative all’incremento o al decremento della produzione agricola. Così se dall’XI alla fine del XIII secolo il loro numero aumento notevolmente, nel corso del Trecento, notoriamente periodo di crisi della produzione agricola e di decremento demografico, assistiamo al fenomeno contrario della scomparsa non solo di mulini ma di interi centri abitati. Due esempi chiariscono bene questa situazione: i paesi di Riolo sottostante Lustrola in comune di Granaglione e quello di Lissano, un toponimo ancora oggi riferibile ad un gruppo di case a nord di Riola poco distante dall’uscita nord delle gallerie della ferrovia e della strada Porrettana, nacquero nel secolo XI, la loro espansione culminò nel secolo XIII quando troviamo addirittura questi centri abitati dotati di una chiesa parrocchiale, e decaddero fino a scomparire del tutto nel corso del secolo XIV. Ed i mulini seguirono il corso di queste contingenze. Scomparvero infatti in relazione alla crisi dell’agricoltura, alle carestie ed anche alla peste che a metà del secolo in molti luoghi dimezzò la popolazione: per il consumo di cereali e di castagne secche la cui produzione si ridusse fortemente a causa del decremento della produzione agricola occorreva un numero decisamente minore di macine!

Allo stesso modo a cominciare dal secolo XV e soprattutto nel successivo assistiamo al fenomeno opposto dell’aumento del numero dei mulini, che anzi divennero ancor più numerosi rispetto al momento della loro massima espansione nel Duecento. I nuovi centri abitati, posti di solito a mezza costa delle valli, cominciarono ad espandere sempre di più le loro coltivazioni sia verso quote più elevate, sia verso i fondovalle fluviali, tutti terreni fino a quel momento neppure presi in considerazione, che divennero però utilizzabili in relazione all’aumento di popolazione. Accade così che venissero costruite case al di sopra degli 800 metri sul livello del mare, il cui prototipo in questa zona è il piccolo centro abitati di Tresana in comune di Porretta Terme, assieme alla soprastante Ca’ Valentino i cui campi coltivati si trovavano ad una altitudine decisamente superiore a quella che poteva garantire rese accettabili. Accadde allora che la forza dell’acqua venisse sfruttata anche ad altitudini fino a quel momento impensabili ed i mulini si diffusero in modo ancor più capillare a cominciare da questo periodo fino alla prima metà del Novecento.

Questa storia più che millenaria della forza dell’acqua giunge alla sua conclusione in tempi a noi molto vicini. Dopo un ultimo sussulto durante la seconda guerra mondiale, il periodo del dopoguerra vide la progressiva e quasi completa scomparsa dei piccoli mulini montani, che uno ad uno vennero abbandonati in relazione al progressivo e distruttivo spopolamento della montagna. In paesi che nell’immediato dopoguerra erano ancora abitati da centinaia di abitanti, oggi spesso vedono la presenza di poche decine o a volte di unità di persone. La presenza di un mulino ha perduto così la sua importanza ed oggi sono presenti solamente alcuni impianti funzionanti, molti dei quali conservati per motivi affettivi e turistici per la conservazione della memoria di una storia antichissima e molto radicata in tutto il territorio.

Ma la forza dell’acqua dei torrenti e soprattutto del fiume Reno, nei secoli del Medioevo servì anche per altre importanti attività, come quella del trasporto del legname dalla montagna alla città di Bologna. La città ebbe bisogno del legname proveniente dall’Appennino fin dal momento della sua espansione al di fuori delle mura più antiche, a cominciare cioè dai secoli XI e XII, quando le nuove costruzioni per essere costruite, oltre che di pietra e mattoni avevano assoluta necessità di travi per solai, tetti e, a Bologna, anche per i portici. Per questo il Comune di Bologna, fin dai suoi statuti della metà del Duecento, regolamentò la fluitazione del legname lungo il Reno, stabilendo ad esempio che, per cercare di aumentare la quantità di legname per la città dovessero venire rimossi i sassi che si trovavano in un preciso tratto del fiume, quello compreso fra Vergato e la pieve di Calvenzano. Questi lavori avrebbero dovuto essere realizzati sotto la sorveglianza di un certo Alberto, che era un ingegnere impegnato nei lavori della cattedrale bolognese; l’importanza di questa manutenzione del fiume è rivelata dal fatto che lo stesso comune stanziò 300 lire di bolognini per tali lavori.

Molti altri sono i documenti che ci presentano vere e proprie società di boscaioli che nei secoli dal XIII al XVI tagliavano i boschi montani e conducevano i tronchi fino alla chiusa di Casalecchio, da cui iniziava il canale di Reno, per mezzo del quale venivano portati al mercato cittadino. Un esempio è quello del contratto sottoscritto nel 1380 dal Comune con un gruppo di importanti cittadini bolognesi che prevedeva il taglio dei boschi della valle della Dardagna ed il loro trasporto che, pur venendo descritto come da farsi per terram vel per aquam, in realtà veniva realizzato solamente attraverso il Reno. Un altro esempio è documentato da un processo dell’anno 1382 che venne celebrato davanti al vicario di Caprara sopra Panico: era stato Enrichetto Lambertini, concessionario del taglio dei boschi della Dardagna, a denunciare alcuni uomini di località poste lungo il Reno (Sibano, Capriglia, Venola, Vergato e Sperticano) che secondo l’accusatore avrebbero rubato diverse quantità di legname mentre transitava lungo il fiume.

La forza dell’acqua non servì solamente a muovere le grandi ruote dei mulini, poiché ben presto venne usata anche per un altro scopo importantissimo per la vita degli uomini: la trasformazione del ferro nelle ferriere. Nei secoli più antichi la battitura del ferro reso malleabile dal fuoco si limitò all’attività dei fabbri, che sono presenti in montagna fin dalle epoche più remote, come testimoniano le officine siderurgiche della città etrusca di Marzabotto, oggi definita Kainua, che utilizzavano fin da quei secoli la ghisa proveniente dall’Elba e dalla Toscana meridionale, fusa per mezzo dei primi altiforni che già quel popolo conosceva.

Ma la forza delle braccia del fabbro era ovviamente limitata, cosicché assistiamo all’invenzione del grande martello, il maglio, mosso anch’esso dalla molto più potente forza dell’acqua. Il problema principale da risolvere per poter utilizzarla anche in questa produzione fu la trasformazione del moto circolare in moto rettilineo. Tutto ciò fu possibile a causa dell'invenzione della camma, un'altra rivoluzione tecnologica di grande rilievo. L'applicazione di una serie di camme sull'albero rotante in senso orizzontale permise infatti di trasformare un movimento circolare continuo in un movimento rettilineo alternato. Uno degli studiosi di tecnologia dai quali abbiamo tratto alcune delle informazioni generali sul mulino, descrive in modo preciso il funzionamento delle camme: Il principio della camma è estremamente semplice. Sull'albero motore collegato alla ruota a pale vengono fissati dei tasselli sagomati posti ad intervalli regolari che sollevano un'asta scorrevole lungo il proprio asse. Il peso dell'utensile o una molla fanno tornare l'asta nella posizione che aveva prima del passaggio della camma. Pertanto l'energia idraulica agisce solo in una delle due fasi del movimento alternato.

Il meccanismo della ruota mossa dall’acqua  venne utilizzato solamente nelle ferriere, ma in molti altri opifici idraulici, come nelle gualchiere, nei mulini da canapa e nelle cartiere: in tutti questi casi il movimento dall'alto verso il basso di martelli e magli permise nel primo caso di follare i panni, nel secondo di compattare i tessuti di canapa, nel terzo di triturare stracci di fibra naturale al fine di produrre la poltiglia che serviva per produrre la carta. Nel territorio qui preso in esame furono presenti alcune gualchiere e numerose segherie ad acqua, documentate già dalla fine del Trecento, un po’ in tutta la parte alta della montagna. Di alcune di esse sopravvivono solamente alcuni toponimi, come la Segavecchia a monte dell’abitato di Pianaccio in comune di Lizzano in Belvedere e la Sega nella valle della Limentra Orientale, il centro abitato il cui nome negli anni Trenta venne stupidamente trasformato nel molto più anonimo Bellavalle, al fine di evitare inesistenti fraintendimenti onanistici. Anche nelle segherie l’elemento acqua risultava fondamentale, poiché utilizzava il movimento rettilineo creato dalla ruota idraulica, per far muovere quattro leve, che agivano su di un meccanismo di legno al quale era fissata la sega. Un altro meccanismo permetteva il ritorno della stessa sega, mentre un ultimo consentiva l'avanzamento del tronco.

Ma l’opificio più importante che utilizzava la forza dell’acqua e l’invenzione della camma fu sicuramente la ferriera, nella quale l’utilizzo delle camme faceva muovere i grandi magli, vera, reale e simbolica estensione del forte braccio del fabbro. Nella montagna bolognese la diffusione di ferriere data dall’anno 1825, mentre in quella pistoiese fin dal secolo XVI il primo granduca di Toscana, Cosimo I, fondò la Magona granducale, una vera e proprio industria statale, la cui denominazione significa semplicemente ferriera. Dapprima egli riservò al suo stato, che proprio in quel periodo andava formandosi come struttura statuale moderna, la cosiddetta privativa, il monopolio cioè dell’estrazione dei minerali di ferro dalle miniere elbane e della Toscana meridionale. La Magona dai minerali ferrosi negli altiforni per lo più localizzati a Piombino, produceva ferro semilavorato e la ghisa veniva poi battuta e trasformata nei manufatti necessari sia allo stato, come nel caso delle armi, sia ai lavori agricoli. Per l’impianto però delle ferriere era necessario trovare un territorio ricco dei due elementi indispensabili: prima di tutto i salti d’acqua per il movimento dei magli, poi i boschi dai quali, in mancanza di carbone fossile, veniva prodotto il carbone di legna. Da questo quadro si comprende che i due elementi oggetto del presente studio, l’acqua e la legna, risultarono entrambi essenziali per le attività proto-industriali montane. Infatti i territori con queste caratteristiche vennero identificati fin dal Cinquecento anche nella montagna pistoiese. Un primo fondamentale impianto fu quello di Pracchia, costruito nel 1542, che se dapprima fu pensato e realizzato come un altoforno, in seguito, a causa delle difficoltà e dell’eccessivo costo del trasporto dei pesantissimi minerali ferrosi dalla lontana zona delle miniere, divenne la più importante ferriera della montagna.

L’attività della Magona continuò dal Cinque al Settecento concentrata in ben cinque impianti localizzati, oltre che a Pracchia, all'Orsigna, a San Felice, a Marliana ed a Mammiano, oltre ai tre distendini di Capostrada, Marliana e Mammiano, alla filiera di Capostrada ed alla chioderia di Pistoia: un complesso produttivo di tutto rispetto.

Il ferro semilavorato, proveniente dal sud della Toscana, veniva trasportato per via d’acqua, dapprima con una navigazione di cabotaggio lungo la costa tirrenica, poi risalendo l’Arno per mezzo dei navicelli, le chiatte adatte alla navigazione fluviale, fino a Signa, dove risalivano per breve tratto l’Ombrone pistoiese, fino al porto di Poggio a Caiano. Qui il materiali venivano caricati su barrocci e trasportati fino ai piedi della montagna appenninica, nella zona di Capostrada, dove venivano trasbordati su carovane di muli, gli unici che erano in grado di percorrere le impervie mulattiere montane. Solamente dopo la metà del Settecento fu possibile continuare da Pistoia tramite il trasporto su carri a quattro ruote, grazie alla costruzione della strada Giardini-Ximenes, l’attuale statale dell’Abetone, che varcava il crinale alle Piastre ed al passo dell’Oppio.

Il movimento del ferro fra la Maremma e la montagna appenninica segnò lo stabilirsi di rapporti continui fra le due zone del granducato, e provocò anche l’intensificarsi del flusso della transumanza delle greggi, che raggiungevano la montagna alla fine di maggio, per ritornare nelle pianure meridionali alla fine di settembre. Anche questo importante fenomeno, come tutti gli altri dell’agricoltura tradizionale, ha avuto termine solamente nel secondo dopoguerra.

La Magona continuò ad operare sulla base delle regole stabilite a metà del Cinquecento da Cosimo I, fino alla salita al trono granducale della famiglia dei Lorenza nel 1738. Soprattutto nel periodo del granduca Leopoldo I la Magona subì profonde trasformazioni, sulla scia delle nuove idee di politica economica di stampo liberista collegate alla diffusione delle idee dell'illuminismo, che la nuova dinastia introdusse nel granducato. Soprattutto i provvedimenti legislativi del 1774 determinarono un radicale cambiamento nell’amministrazione della montagna pistoiese, che passò dalla dipendenza diretta dalla città di Pistoia a quella dal governo centrale. Le conseguenze furono molte e la prima fu l’acquisizione di una maggiore autonomia economica delle comunità della montagna. Dall’altro lato questo cambiamento di orientamento di politica economica determinò anche importanti conseguenze nell’ambito della produzione dei manufatti in ferro, poiché il taglio dei boschi venne del tutto liberalizzato ed anche le selve, che nei secoli precedenti appartenevano come beni comuni alle comunità che le potevano sfruttare solamente per il loro uso, di qui innanzi sarebbero state utilizzate come un qualsiasi altro bene commerciabile. In questo modo fu molto più facile per i privati procurarsi il carbone di legna indispensabile per la conduzione delle ferriere, un commercio che in precedenza era fortemente condizionato dalla presenza della Madona granducale. Quest’ultima vide dunque gradualmente scemare i proprio privilegi, tanto che di lì a poco si sarebbe deciso di smembrarla vendendo singoli impianti ai privati.

Nella stessa prospettiva di introduzione delle regole del liberismo va vista anche l’apertura della strada di valico dell’Abetone, che fu promossa dai governi di Modena e Firenze e che prese il nome di Giardini-Ximenese dai due progettisti, rispettivamente del tratto modenese e toscano. Nel quadro ideologico del liberismo infatti lo stato doveva evitare un intervento diretto nell’ambito dell’economia e delle attività produttive, tipico del mercantilismo, ma doveva invece creare le condizioni affinché investitori privati potessero impiantare le loro attività produttive, costruendo quelle che in seguito si sarebbero dette le infrastrutture, come appunto le strade.

In questa prospettiva si inserisce anche la vendita a privati di vaste aree boschive, che in precedenza erano appartenute alla Camera di Pistoia, che da secoli condizionava oltre al taglio dei boschi anche il pascolo delle greggi.

Furono dunque i privati i nuovi protagonisti delle produzioni ferrose della montagna pistoiese. In primis la famiglia Vivarelli-Colonna che, disponendo di consistenti capitali, si inserì con profitto nelle alienazioni delle attività economiche statali toscane, iniziando ad acquisire un notevole numero di ferriere e distendini. In breve tempo la famiglia divenne il più importante produttore di manufatti in ferro, procedendo anche all’acquisizione di ampie aree boschive, per completare la filiera di questo tipo di produzione. Simile prospettiva si manifesta anche nell’ascesa economica della famiglia Cini di San Marcello Pistoiese, che iniziarono le loro attività produttive dalla cartiera della Lima, che, come le ferriere, sfruttava anch’essa l’acqua di quel torrente.
In questo quadro la produzione del carbone di legna aumentò notevolmente, con dirompenti conseguenze anche sul disboscamento di questa parte del territorio pistoiese: siamo a conoscenza del fatto che nel 1780 i Vivarelli Colonna, dopo la loro campagna di acquisizione dei boschi, fornivano circa metà del carbone utilizzato nei vari opifici.

In questo quadro la Magona, che era un’industria statale non più rispondente alle linee ideologiche dei nuovi regnanti, andò gradualmente decadendo. Anche un motivo di carattere tecnico concorse ad accelerare questa parabola discendente: erano infatti stati inventati metodi di produzione che comportavano una minore quantità di combustibile, un fatto che determinò una minore importanza della dislocazione degli impianti delle ferriere che erano state costruite in montagna. Così gli impianti della montagna diminuirono la produzione a favore di quelli che si trovavano nel sud della Toscana, che per di più erano anche più vicini alle fonti di approvvigionamento della materia prima. Per questi motivi la Magona a cominciare dal 1836 dismise la maggior parte degli impianti produttivi, riservandosi solamente l’attività dell’estrazione del minerale e dei forni della Maremma. In questo modo i Vivarelli Colonna ampliarono ancor di ancor di più il numero degli impianti in loro possesso fino a controllare la quasi totalità del ciclo produttivo toscano. A tale proposito Riccardo Breschi afferma che questa famiglia pistoiese tentò di assicurarsi il controllo assoluto della siderurgia toscana attraverso la richiesta di acquisto e di gestione dell'intera industria di stato. Il tentativo quasi monopolistico della famiglia non poté essere completamente realizzato, soprattutto per l'opposizione dei funzionari statali della Magona che in questo modo avrebbero visto scemare del tutto il loro potere, ma essi divennero ugualmente dei potentissimi imprenditori in questo ambito produttivo.

Le loro tendenze espansionistiche si manifestarono anche, a cominciare dal terzo decennio dell’Ottocento, con l’allargamento territoriale degli impianti di produzione: ne vennero infatti costruiti di nuovi nella vicina montagna bolognese, nella quale nei secoli precedenti le rigorose norme dettate dal Senato aveva salvaguardato in modo più puntuale i boschi comunitari.

La prima nuova ferriera venne costruita dai Vivarelli Colonna lungo il Reno al Ponte della Venturina in comune di Granaglione, direttamente a contatto del confine pontificio-granducale. Di lì a poco seguì la costruzione delle ferriere di Panigale e Porchia in comune di Lizzano in Belvedere, da parte di un altro gruppo di imprenditori toscani, ed a Silla in comune dei Bagni della Porretta, per opera di una ferraiolo bergamasco che in un primo tempo era stato chiamato dai Vivarelli-Colonna alla Venturina. Sicuramente un motivo fondamentale che spinse imprenditori toscani ad investire nella montagna bolognese, fu il fatto che in questa parte di montagna, a cominciare dal periodo della Restaurazione, si cominciò a parlare della necessità di aprire una nuova strada che collegasse Bologna ai Bagni della Porretta ed a tutta la montagna. La costruzione delle nuove ferriere bolognesi fu avviata proprio in relazione all’inizio dei lavori della strada, che avrebbe percorso la valle del Reno ed i cui lavori iniziati negli anni Venti e sarebbero stato conclusi verso il 1847 fino alla città di Pistoia. Pochi anni dopo un’altra infrastruttura fondamentale per la montagna sarebbe stata aperta, la nuova ferrovia transappenninica, la cui costruzione si concluse nel 1864. La strada ferrata ancor di più della strada carrozzabile e carreggiabile ebbe una funzione davvero fondamentale negli sviluppi futuri dell’industria montana.

La situazione particolarmente favorevole al sorgere dei nuovi impianti di ferriere è sinteticamente descritta in una statistica voluta da Antonio Maria Costetti, presidente del Consiglio di Manifattura e Commercio di Bologna e datata 5 aprile 1824, l'anno precedente l'impianto delle prime ferriere. In questo scritto l'industria manifatturiera bolognese veniva giudicata in questo modo: sussiste per buona sorte, ma è nel suo complesso in stato decadente; ma venivano individuati anche elementi che lasciavano bene sperare: essa è suscettibile di riattivarsi, anzi di ottenere nuovi e più favorevoli sviluppi. Nella stessa statistica si rilevava pure che nella provincia in quel momento non si trovava nessun impianto di ferriere.

Oltre ai Vivarelli Colonna anche il toscano Egidio Succi, ministro della Magona granducale, si impegnò in queste attività, nuove per il Bolognese. Tale fenomeno continuò anche alla fine del secolo con l’impianto della filanda di Silla, fondata dalla famiglia Papi che aveva origini pratesi, mentre la ferriera di Corvella-Silla, fondata dal bergamasco Antonio Calvi, alla fine dell’Ottocento sarebbe passata a proprietari toscani come i Ferrari pistoiesi prima ed i Chelotti lucchesi poi.

Molto interessante per l’oggetto della prima parte di questo studio, che riguarda l’importanza dell’acqua come elemento fondamentale per la vita degli uomini in montagna e per l’avvio delle prime esperienze produttive proto industriali, è la costatazione che la maggior parte delle nuove ferriere, ad esclusione di quella del Calvi, non vennero costruite ex novo, ma vennero realizzate modificando precedenti impianti di mulini. Questo fatto mostra una perfetta continuità e contiguità anche spaziale col primo e fondamentale degli opifici idraulici, appunto il mulino, i cui canali e salti d’acqua potevano essere con profitto utilizzati anche da altre attività produttive.

Proprio al presenza di un notevole numero di impianti per le produzioni ferrose spiega il sorgere in montagna, fra i comuni di Granaglione, Porretta, Gaggio Montano e Lizzano in Belvedere di un distretto industriale che ancor oggi risulta di tutto rispetto.

Un ultimo opificio idraulico sorse in montagna alla fine del secolo, precisamente nel 1898: la filanda Papi di Silla. Fu un altro toscano, il pratese Oreste Papi, che, dopo uno sfortunato tentativo a Faenza, decise di costruire il suo filatoio lungo il canale del mulino di Silla, che aveva già alle sue spalle una lunga storia, essendo stato costruito nel 1569. Per spiegare la singolare ed unica presenza di questa filanda in montagna nel 1990, in occasione della pubblicazione di un apposito volume di ricerca storica che ne celebrava il primo centenario, ricordavo come, per la fondazione di questa filanda, si possa far riferimento a tre fili: prima di tutto quello della lana, indispensabile al filatoio e fornito dalle numerosissime pecore che arrivavano quassù d'estate, per tornare in Romagna o in Maremma alla fine di settembre; poi il filo della corrente dell'acqua, che era rappresentato dal torrente Silla, catturato a monte dal canale del mulino, che faceva muovere la grande ruota del filatoio oggi purtroppo distrutta; infine il filo delle rotaie della ferrovia, che allora più di oggi risultò indispensabile per la commercializzazione dei prodotti al di fuori dell'ambito locale.

L’ultimo momento di questa lunga storia della forza dell’acqua deve essere visto nella produzione idroelettrica, della quale gli antichi opifici idraulici rappresentano la necessaria premessa e che andò diffondendosi in questo territorio fin dall’ultimo decennio dell’Ottocento; un’epoca decisamente precoce in relazione alla diffusione dell’elettricità in Italia. Ancora una volta furono i mulini ad essere per primi trasformati in piccoli impianti per la produzione della nuova forza, che nel giro di pochi anni sarebbe diventata indispensabile ad ogni famiglia e ad ogni attività produttiva. I nuovi impianti sorsero dunque sia strutturalmente, sia idealmente in concomitanza coi mulini, in molti casi all’interno di essi, perché spesso il ritrecine venne staccato dal movimento delle macine ed utilizzato per il movimento della turbina. Questa perfetta continuità degli impianti che utilizzano la forza dell’acqua e la loro origine dal mulino è simbolicamente rappresentata dai due fatti, a cui abbiamo già accennato in precedenza e che sono cronologicamente distanti un secolo, ma del tutto simili: il primo riguarda il sorgere dell'industria del ferro a cominciare, come abbiamo visto, dal 1825; orbene quasi tutte le ferriere sorte in quel periodo vennero costruite nello stesso luogo ed utilizzando gli edifici di antichi mulini, che vennero trasformati o ricostruito per le nuove esigenze, ma conservarono l'elemento essenziale di questi opifici, la gora che permetteva di derivare l'acqua dai fiumi e dei torrenti e di creare il dislivello necessario a far muovere il ritrecine del mulino, come le grandi ruote dei magli. In seguito, quando fra Otto e Novecento sorsero le prime piccole centrali idroelettriche sui torrenti montani, accadde un fenomeno del tutto analogo: le prime di esse furono costruite all'interno dei mulini per gli stessi motivi ricordati in relazione al sorgere delle ferriere. Il mulino risulta così concettualmente e realmente l'antenato diretto di tutte queste importanti attività.

Per questa zona montana ebbero grande importanza, dopo i piccoli impianti idroelettrici, anche quelli di molto maggiori dimensioni a cominciare verso il 1910 dalla diga e dalla centrale del Brasimone sull’omonimo torrente affluente della Setta, che servì per l’elettrificazione della città di Bologna. Pochi anni dopo venne realizzato anche il più ambizioso e complesso sistema di invasi e centrali del Reno-Limentra Occidentale-Limentra Orientale, che comprese l’invaso di Molino del Pallone, privo di centrale idroelettrica perché serviva solamente per convogliare la acque del Reno attraverso una galleria verso la diga di Pavana. Questa serviva alla produzione dell’energia elettrica nella sottostante centrale. Da Pavana poi l’acqua veniva e viene convogliata nel bacino di Suviana che serviva a produrre energia nell’apposita centrale posta a valle della diga. Un complesso molto importante che servì sia all’elettrificazione della ferrovia Porrettana, dalla quale il vapore scomparve nel 1927, sia all’alimentazione della nuova ferrovia transappenninica, la Direttissima, aperta al traffico nel 1934, che accelerò enormemente il transito da Bologna a Firenze, con la grande galleria e l’abbassamento della posizione di valico fra San Benedetto Val di Sambro e Vernio.

 

2. Boschi e legname per la vita della montagna

Il secondo fondamentale elemento che servì a permettere la vita in montagna fin dai secoli dell’età antica è sicuramente legato al fatto che tutto questo territorio fu ricoperto da una fitta selva, che di solito viene chiamata originaria almeno fino a quando, fra i secoli X e XII, iniziò l’amplissimo e capillare movimento di conquista di nuovi territorio all’agricoltura, con conseguenze dirompenti sul disboscamento. La conseguenza di questi fatti fu anche la trasformazione della maggior parte della selva originaria in bosco ceduo, poiché le selve alte furono quasi tutte acquisite dalle comunità locali, che cominciarono ad utilizzarle come beni comuni, cercando quindi di salvaguardarle come bene indispensabile per la vita stessa degli abitanti, soprattutto, quelli più poveri, tagliandole periodicamente, ma promuovendone il reintegro per le generazioni future. Risulta quindi di estremo interesse lo studio dei rapporti fra l'uomo e le risorse del territorio, con particolare riferimento alle foreste ed ai rapporti fra le attività umane, agricole ed anche artigianali ed industriali, e le risorse del territorio.

Fra la fine del primo millennio e l’inizio del successivo assistiamo ad un progressivo ed amplissimo disboscamento delle medie valli, legato soprattutto ad un incremento demografico molto consistente, che impose la ricerca di nuove superfici coltivate per la produzione una maggiore quantità di cereali, per la parte medio-bassa della montagna, e di castagne per la produzione di farina per quella più alta. In questo periodo sorsero infatti numerosissimi nuovi villaggi abitati, per la maggior parte, da coltivatori della terra, dapprima come servi di signori laici ed ecclesiastici, in seguito come piccoli agricoltori in proprio.

fra Quattro e Cinquecento assistiamo ad una nuova fase di colonizzazione di aree boschive, con una rinnovata tendenza al disboscamento, secondo una fenomenologia che, fra alti e bassi, sarebbe continuata fino alla prima metà del secolo XX. Di fronte a questa tendenza degli abitanti della montagna, già alla fine del Quattrocento il senato di Bologna aveva cominciato ad intervenire per la difesa del suolo e la salvaguardia dei boschi. Sia il fenomeno del regresso della foresta, sia il tentativo da parte del potere politico bolognese di difenderla, si inseriscono in una prospettiva di continuità per tutta l'età moderna.
Nel corso del secolo XVI il fenomeno si intensificò e le popolazioni cercarono nuovi terreni coltivabili seguendo due precise direttrici: prima di tutto si orientarono verso gli instabili fondovalle, soprattutto verso il fondovalle dove, a cominciare dal Quattrocento, sarebbero sorti i due centri abitati principali, i Bagni della Porretta e Vergato. Per la nascita degli altri lungo la direttrice del fiume, sarebbe stato necessario aspettare il secolo XIX, che cambiò ancora in modo radicale l’assetto della valle con la costruzione, prima della strada carrozzabile e carreggiabile Porrettana ed in seguito della ferrovia. La seconda direzione fu quella verso le zone più alte della montagna, con tentativi, non sempre fruttuosi a causa delle condizione climatiche meno favorevoli, di introdurvi coltivazioni cerealicole. In questa parte di territorio fu soprattutto la graduale diffusione della coltivazione della patata a permettere rese e quantità meno ridotte. Migliore destino ebbe l’amplissima diffusione della coltivazione del castagneto da frutto, molto più adatto ad altimetrie elevate, tanto che in quasi tutte le zone alte la sua coltivazione divenne fondamentale per la sopravvivenza stessa della popolazione residente. In questi terreni alti si sviluppò dunque un’agricoltura povera, basata sul castagneto e sul bosco ceduo.

La zona compresa fra Capugnano, Granaglione e Lizzano è stata studiata in modo più approfondito dal punto di vista del rapporto fra centri abitati, superfici coltivate e bosco. Queste ricerche hanno rivelato come il potere politico bolognese si interessò attivamente alla conservazione dei boschi, con appositi provvedimenti, che tutelarono soprattutto le selve alte e di crinale, escludendo il taglio in queste zone, nelle quali, secondo un pregiudizio allora ampiamente diffuso, la presenza di foreste avrebbe limitato i danni provocati dalle tempeste e dai venti impetuosi, che ne avrebbero rallentato il corso e la forza. Ma anche le comunità locali, che in molti casi possedevano le selve più alte in modo comune, si studiarono di limitare i tagli a quelli strettamente necessari, emanando un’apposita normativa contenuta ad esempio negli statuti di Capugnano e Granaglione del secolo XVIII. Le comunità vedevano infatti in questi boschi un fondamentale mezzo di sussistenza e ne promuovevano un limitato sfruttamento da parte dei comunisti. Tale normativa riguardava ad esempio il divieto di far pascolare le capre nei boschi, poiché questi animali essendo in grado di nutrirsi non solo di erba, ma anche di pasture meno pregiate, erano in grado di distruggere i germogli e compromettere la crescita dei boschi. In molti villaggi gli abitanti erano titolari di diritti d’uso dei boschi, che permettevano loro di usare una limitata quantità di legna per uso domestico, una prassi che, soprattutto per le famiglie più povere, rappresentava l’unico strumento per poter riscaldarsi durante l’inverno e vede la sua continuazione dei moderni Consorzi di Utilisti.

In alcuni casi l’integrità dei boschi comunitari venne messa a dura prova dal fatto che molte comunità, spessi indebitate col governo cittadino per il mancato pagamento di tasse, erano costrette a vendere il taglio, di solito messo all’incanto per un certo periodo di tempo. In altri casi le stesse comunità avanzarono allo stesso governo l’autorizzazione al taglio di più vaste superfici boscate, al fine di carbonizzare la legna e venderla alla vicina ferriera di Pracchia appartenente alla Magona granducale, sempre alla ricerca di combustibile per la sua attività produttiva. Questo fatto è documentato dal 1730 in relazione alla vendita alle ferriere toscane e dall’inizio dell’Ottocento anche alle nuove ferriere sorte nel Bolognese. L’aumento costante di questa tendenza sarà la prima causa del capillare e disastroso disboscamento che sarebbe continuato almeno fino all’inizio del Novecento.

La controversia settecentesca che contrappose le comunità della montagna al senato bolognese, vide il governo centrale impegnato nella plurisecolare politica di tutela del patrimonio boschivo, mentre le comunità locali tesero ad uno sfruttamento intensivo del patrimonio di loro proprietà. L’attività di tutela del governo cittadino è documentata anche dal fatto che il senato bolognese incaricò il senatore Marsili per un’apposita ispezione, dalla quale derivò la messa a punto di strumenti di tutela. Prima di tutto vennero istituzionalizzate le ispezioni da parte del Senato, rendendole regolari e periodiche, d’altra parte si sabilì di nominare alcune guardie pubbliche, che dovevano regolarmente percorrere i boschi di Bargi, Granaglione, Capugnano e Belvedere al fine di prevenire e punire gli abusi nel taglio.

Alla fine del Settecento dunque, sulla scia del mutamento delle prospettiva della scienza economica, cambiò la filosofia della gestione dei boschi: se nel passato era prevalso il concetto dell’uso delle foreste comunitarie, che dovevano essere conservate per le generazioni future, l’istituzione del catasto sottolineò il valore venale dei boschi, cosicché dall’uso si passò a quello che in questo periodo venne detto il mercimonio della legna, socicché le selve cominciarono ad essere considerate alla stregua di una qualsiasi altra merce. Anche questo fatto contribuì al disboscamento ed alla realizzazione di grandi spazi sia per il pascolo del bestiame, sia per le coltivazioni. La restrittiva legislazione bolognese non venne abolita, ma le richieste di deroga aumentarono notevolmente, sempre giustificate dalle difficoltà di bilancio delle comunità.

Il passaggio dall’uso al mercimonio è ben mostrata nella relazione del perito agrimensore Giuseppe Cantoni, che nel 1797 sostenne l'equazione proprietà comune = proprietà privata e ne dedusse l’impossibilità di impedire il taglio dei boschi, che venivano così considerati come una qualsiasi merce nella disponibilità totale del proprietario. Per questo egli avanzò le proposte di limitare il divieto di taglio a sole 10 pertiche dai crinali più bassi ed a 15 di quelli più alti e di consentire ai comuni di Capugnano, Granaglione e Belvedere di atterrare 300 tornature dei loro boschi, con una rotazione di 40 anni, per potere assicurare a queste comunità entrate stabili.

Lo stesso senato bolognese si interessò in modo meno marcato della risorsa acqua, anche perché era decisamente più abbondante che al giorno d’oggi. Unica costante limitazione fu l’imposizione di richiedere un’apposita autorizzazione per la derivazione delle acque da fiumi e torrenti attraverso le apposite gore, per fornire il movimento ai mulini, gualchiere e ferriere, autorizzazioni regolarmente accordate dal senato bolognese.

La millenaria tendenza al taglio dei boschi ed all’acquisizione di nuovi terreni all’agricoltura continuò, con un andamento che come abbiamo visto nel corso dei secoli fu sinusoidale, dai secoli X-XI fino alla metà del Novecento. L’ultimo periodo in cui assistiamo ad uno sfruttamento intensivo dei boschi furono gli anni della seconda guerra mondiale, durante i quali anche le attività belliche, anche in relazione alla presenza della Linea Gotica, contribuirono ad un ulteriore disboscamento. Tale fenomeno si è decisamente invertito nel secondo dopoguerra, non però per una decisione politica, quanto piuttosto a causa del fenomeno disastroso dell’abbandono della montagna. Mano a mano che i casolari sparsi e i paesi a cominciare dagli anni Cinquanta si sono andati via via spopolando, l’abbandono di prati e campi ha determinato il ritorno del bosco in amplissime superfici in precedenza coltivate. Quasi tutti i campi terrazzati, frutto di secoli di lavoro durissimo da parte dei montanari, sono quasi del tutto scomparsi: è sufficiente confrontare le fotografie dell’inizio del secolo con la situazione attuale per rendersi conto di questo fenomeno che, oltre che nell’ambito sociale di comunità sempre più gracili fino alla loro totale scomparsa, si manifesta nel disastro idrogeologico che l’abbandono ha determinato. Anche i rimboschimenti, promossi a cominciare dall’inizio del secolo per opera della Società Pro Montibus et Silvis di Bologna ed in seguito dallo Stato per mezzo del Corpo Forestale, si sono rivelati non significativi, soprattutto perché in molti luoghi sono stati realizzati con l’immissione di conifere del tutto estranee all’ambiente di queste montagne.

 

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