Pianificazione e Marketing al servizio del Territorio

Pianificazione strategica e di tecniche di Marketing al servizio del Territorio

L'intensità del rapporto tra pubblico e privato in un determinato contesto territoriale, un concetto espresso dalle "Tre P", "Partnership Pubblico Privato", costituisce indubbiamente un parametro per valutare la capacità e il livello qualitativo della governance di una Pubblica Amministrazione Locale.

Ruolo dello strumento Marketing territoriale è comunicare con i potenziali partner del luogo e più in generale con tutti gli stakeholder del proprio territorio per rappresentare loro i progetti e gli obiettivi e suscitare interesse e condivisione a livello sociale.

Obiettivo del marketing territoriale è, quindi, quello di svelare le potenzialità della città, di elaborare una visione dei progetti per renderla più competitiva e attrattiva. Conoscere il territorio costituisce un elemento propedeutico fondamentale rispetto alla realizzazione di qualunque piano di marketing territoriale.

L'applicazione del concetto di pianificazione strategica e di tecniche di marketing nell'ambito delle politiche urbane e territoriali è comunque relativamente recente, e non può essere considerata separatamente da un nuovo approccio al tema del governo del territorio. Per tale ragione è necessario ad esempio richiamare il contesto generale di competizione tra aree geografiche e tra città ed il fatto che una serie  di  approcci  propri  del  mondo  dell'impresa abbiano  trovato  applicazione  nell'ambito  delle politiche urbane e territoriali.

La  costruzione  di  un  piano strategico nell'ambito dell'approccio del marketing territoriale è, come facile immaginare, la fase più critica e delicata dell’intero processo: dall'analisi del contesto generale a quella dei mercati  potenziali  sul  territorio,  dalla  selezione  degli  obiettivi  alla  individuazione  dei  target  di riferimento. Senza dimenticare (tuttaltro) l'importanza della costruzione del consenso e della mobilitazione di un'ampia gamma di soggetti locali.

Le  tipologie  di  azione  che  vengono  poi adottate  per  attuare  politiche  di  attrazione  degli  investimenti  e  dei visitatori  su  un  territorio rappresentano invece la fase, o le fasi, tecnicamente più complesse, e vanno dall'offerta  di  incentivi  di  varia  natura  alle  imprese  alla  promozione  di grandi  eventi,  dalla  produzione  di  immagini  del  territorio  all'inserimento  nelle  reti  nazionali  e internazionali.

 

La competizione tra territori

L'economia  europea  è  soggetta  ad  un  ampio  processo  di  ristrutturazione,  in  cui  le  produzioni vengono  riorganizzate  e  rilocalizzate,  come  conseguenza  di  un  fenomeno  di  accorciamento  dei tempi e degli spazi.

In tale scenario la competizione non si gioca più, innanzitutto, tra singoli soggetti ma, piuttosto, tra sistemi a base territoriale, i soli capaci di generare oggi competitività del tessuto delle imprese e innovatività e capacità di risposta dinamica.

Cresce inoltre la convinzione che i sistemi economici territoriali abbiano raggiunto, sul finire degli anni  80,  il  tetto  dello  sviluppo  spontaneo.  Non  è  più  pensabile  riprodurre  meccanicamente  il precedente  modello  di  sviluppo,  che  pure  ha  egregiamente  funzionato  in  molte  aree  italiane,  né immaginare che le performance di un singolo sistema locale siano il puro esito di un concatenarsi di "decisioni giuste" da parte dei singoli operatori.

Oggi più che mai un sistema produttivo per sopravvivere e prosperare deve essere competitivo. Ma la competitività, in un mercato globale, con crescente mobilità internazionale delle persone e delle risorse finanziarie, oltre che dei prodotti, si misura anche in termini di capacità di attrarre attività ad elevato  valore  aggiunto  e  forte  tasso  di  crescita,  capaci  di  garantire,  in  prospettiva,  livelli soddisfacenti di reddito e di occupazione.

Tra  i  nuovi  fattori  che  su  scala  sub-nazionale  agevolano  tali  localizzazioni  vanno  certamente considerati due aspetti:

  • "l'hardware"  vale  a  dire  i  fattori  di  localizzazione  materiali  quali  l'accessibilità,  la  qualità  delle risorse  umane,  le  modalità  di  funzionamento  del  mercato  del  lavoro,  la  presenza  di  esternalità connesse a reti produttive e commerciali di attività simili, affini o complementari, l'efficienza della pubblica amministrazione.
  • "il  software"  costituito  da  quei  fattori  legati  alla  qualità  della  vita  e  quindi  in  qualche  modo intangibili, quali la qualità ambientale/insediativa e la coesione sociale.

 

L'approccio strategico marketing-oriented

La  competizione  tra  territori  per  attirare  capitali  e  persone  (fisiche  o  giuridiche)  e  assicurare  un futuro richiede da parte dei soggetti territoriali l'adozione di una prospettiva di imprenditorialità e l'acquisizione di nuove capacità e di nuovi comportamenti.

In particolare è richiesta:

- capacità di progettazione e di pianificazione strategica;

- capacità di "vendere" il prodotto territorio all'esterno.

Le amministrazioni locali sono quindi chiamate a svolgere nuove e più ampie funzioni rispetto al passato:  non  più  semplici  fornitrici  di  servizi  alla  cittadinanza  ma  soggetti  attivi  dello  sviluppo economico complessivo del territorio, impegnati a soddisfare anche la domanda degli altri utenti, effettivi e potenziali, in grado di generare ricchezza a livello locale.

Di qui l'importazione nell'ambito delle politiche del territorio di  alcuni  approcci tipici del settore imprenditoriale,   come   la   prospettiva   strategica   e   l'approccio   di   marketing   territoriale.   La pianificazione strategica, nel settore dell'impresa privata, è una modalità di approccio finalizzata a migliorare  il  rendimento  dell'impresa  tenendo  conto  dei  suoi  punti  di  forza  e  di  debolezza  e concentrando  l'attenzione  e  le  risorse  su  alcuni  obiettivi  prioritari  opportunamente  selezionati.  A tale impostazione si legano poi le attività di promozione. A fronte della necessità di intraprendere politiche  contro  il  declino  e  comunque  legate  allo  sviluppo  in  un  contesto  di  competizione  la pianificazione strategica è divenuta un elemento delle politiche territoriali.

 

Una nuova politica di organizzazione intenzionale dell'offerta

Oggi  il  territorio,  attraverso  i  soggetti  che  lo  rappresentano,  si  propone  sempre  più  come  nuovo interlocutore  attivo  sul  mercato  delle  opportunità  di  investimento.  Il  Marketing  territoriale  può essere  definito  allora  come  la  politica  di  organizzazione  intenzionale  dell'offerta  (infrastrutture, vantaggi  ed  incentivi  economici,  ospitalità  e  permeabilità  sociale,  stabilità  istituzionale),  con l'obiettivo di attrarre investimenti e sostenere lo sviluppo locale.

L'espressione  "Marketing territoriale"  propone  il  mercato  e  l'impresa  come  metafore  possibili  del territorio, vale a dire come entità che ha prodotti propri da vendere su mercati diversi a clienti con esigenze specifiche e che compete con altri territori per acquisire nuovi "clienti".

Naturalmente un territorio, una città, possono essere paragonate solo parzialmente a soggetti unitari come  le  imprese,  essendo  composte  da  una  molteplicità  di  attori  i  cui  interessi  possono  essere divergenti e conflittuali.

Tuttavia questa metafora sottolinea efficacemente il fatto che le strategie di sviluppo sono sempre più orientate alla domanda ed attente all'immagine.

Di fronte ad uno scenario sempre più competitivo il sistema territoriale è costretto ad uscire da una posizione  passiva,  e  a  proporsi  attivamente  come  protagonista  di  questa  fase  dello  sviluppo,  per orientarne  la  direzione  verso  esiti  di  crescita  economica  e  sociale  ma  anche  di  arricchimento culturale  e  scientifico.  Occorre,  insomma,  una  politica  dell'accoglienza  e  della  promozione  del sistema territoriale.

Andando  più  in  profondità  il  termine  marketing  territoriale  può  essere  utilizzato  in  almeno  tre accezioni differenti:

  • come promozione del territorio, delle sue caratteristiche e delle sue prospettive, al fine di attirare dall'esterno investimenti e visitatori (il prodotto è già pronto, si tratta di renderlo appetibile nella maniera più efficace);
  • come finalizzazione delle politiche territoriali e urbane
  • dal concepimento fino alla realizzazione
  • alle  esigenze  degli  operatori  economici  locali  e  alle  aspettative  degli  operatori  esterni  che  si vogliono attrarre;
  • come   riorganizzazione  complessiva  delle  procedure  amministrative  nella  direzione  di  una maggiore attenzione ai "clienti" del prodotto "sistema locale", la cui soddisfazione non può essere solo quantitativa ma anche qualitativa.

In  realtà,  come  spesso  accade,  queste  accezioni  del  termine  non  sono  alternative  ma,  piuttosto, complementari, fino a suggerire che ogni azione di marketing territoriale debba declinarsi in un mix dei tre differenti contenuti sopra richiamati.

 

Action summary del Marketing Territoriale

In termini pratici, quando parliamo di Pianificazione e Marketing territoriale, parliamo di:

Progettazione dell'immagine di un Territorio

  • Realizzare analisi e ricerche delle peculiarità del territorio o dell'ente che lo rappresenta
  • Identificare le leve di comunicazione da utilizzare nella costruzione della nuova immagine
  • Sintetizzare i caratteri distintivi in uno o più brand identificativi
  • Declinare il logo su tutti gli strumenti di comunicazione
  • Progettare la modulistica interna e le comunicazioni ufficiali
  • Progettare materiale pubblicitario, cataloghi, brochures, volantini, manifesti, etc.
  • Progettare strumenti multimediali
  • Studiare e realizzare la grafica di campagne pubblicitarie off line e on line a supporto della comunicazione

Ricerca sull’immagine del sistema turistico territoriale

  • Classificare le azioni di pubblicità messe in atto a livello locale
  • Misurare la coerenza delle diverse azioni di comunicazione tra di loro e rispetto ai target di riferimento
  • Misurare l'entità e la frequenza di forme di pubblicità redazionale e di quelle veicolate attraverso il web
  • Monitorare l'immagine del territorio e dei servizi offerti per i turisti effettivi e potenziali, per i Tour Operators e per gli operatori della distribuzione turistica in genere e per gli opinion leaders
  • Costruire e misurare gli indicatori di efficacia della politica di branding territoriale

Piani di sviluppo territoriale

  • Analizzare la domanda turistica
  • Analizzare l'offerta turistica territoriale
  • Identificare e valutare i competitors
  • Individuare il sistema d'offerta e i target di riferimento
  • Posizionare il concept di prodotto
  • Qualificare le linee programmatiche per competitività di offerta
  • Definire il quadro di risorse finanziarie e organizzative per l'implementazione del piano

Portali tematici

  • Individuare i soggetti e catalogarli in base alla loro natura ed alle loro caratteristiche
  • Elaborare un concept e un taglio editoriale che possa valorizzare i contenuti
  • Progettare, realizzare e pubblicare un portale dinamico e pianificare gli aggiornamenti
  • Costruire e mantenere relazioni digitali tra i soggetti coinvolti
  • Curare la visibilità del portale nel web e progettare un piano di marketing della comunicazione

Progetti mobile e geolocalizzati

  • Individuare i soggetti da coinvolgere, raccogliere informazioni sull'offerta del territorio e categorizzare i temi di conseguenza
  • Geo-localizzare ogni voce su una mappa chiara e ben leggibile
  • Ideare un format che possa utilizzare APP, portali, social network
  • Curare la visibilità del portale con geo-localizzazione nel web

 

Approfondisci su:

» www.deim.unitus.it

» www.engageweb.it

Economia circolare

L'Economia circolare, via maestra per la sostenibilità

Sterzare il cammino dell'economia mondiale verso la sostenibilità – ovvero un uso delle risorse planetarie che non comprometta l'esistenza dei nostri pronipoti – è più facile a dirsi, che a farsi. Non foss'altro perché richiede molto tempo e tanti investimenti. Ma se fosse più rapido ed economico del previsto?

È la promessa dell'economia circolare. Invece di procedere linearmente, dall'alba della materia prima al tramonto del rifiuto, i prodotti di consumo potrebbero dotarsi di una vita "rotonda" che va ben al di là del comune concetto di riciclaggio. Gli esempi già non mancano: dalla produzione di biogas dagli scarti alimentari, fino a scarpe e vestiti fabbricati con bottiglie di plastica usate. Ma si può andare molto più in là. Non foss'altro perché – secondo stime di McKinsey – l'economia circolare, solo nel mercato dei prodotti di largo consumo, promette 700 miliardi di dollari all'anno di risparmi.

La multinazionale della consulenza ha pubblicato «Towards the circular economy», un rapporto consegnato ai leader dei grandi Paesi industrializzati, commissionato dalla Ellen MacArthur Foundation (fondata dalla 36enne marinaia che, al ritorno dalla circumnavigazione solitaria del pianeta in tempi record, è stata fatta Dama dell'Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta). La fondazione si occupa di propugnare i benefici dell'economia circolare. Ha appena lanciato l'iniziativa Circular Economy 100: un club di cento grandi imprese (Coca-cola e Ikea ci sono già) pronte a gettarsi alle spalle la vecchia economia lineare. «Il concetto di fine vita utile di un prodotto va eliminato - sintetizza Giorgio Busnelli, partner di McKinsey esperto di sostenibilità -. Il nostro rapporto dice che fra il 60 e l'80% delle risorse viene sprecato al termine del percorso lineare estrazione-produzione-consumo-rifiuto. In un mondo dove 3 miliardi di consumatori stanno entrando nella classe media, tutto questo non è più sostenibile».

Il momento per sterzare, è quello giusto. Un po' perché ci sono le tecnologie necessarie: ad esempio per tracciare la vita dei materiali lungo la catena del valore. Poi, c'è la crescente scarsità delle risorse, con i prezzi delle commodities sui massimi. «Ma la novità è che anche i consumatori, a cominciare da quelli dei paesi emergenti – osserva Busnelli – domandano un nuovo approccio all'economia e alla produzione. Per loro, il servizio può essere più interessante del semplice possesso di un prodotto».

Perché non c'è soltanto da ripensare alle risorse usate in un prodotto, in modo da minimizzare quelle scarse e quelle tossiche. Non c'è solo da rivedere il packaging, oggetto di infiniti possibili miglioramenti. Bisogna anche progettare i prodotti perché durino più a lungo. «Se una lavatrice viene ideata per funzionare 10mila cicli invece che 2mila – spiega Busnelli - può essere usata da più di un cliente con la formula dell'affitto, consentendo un risparmio di 180 chili di acciaio e 2,5 tonnellate di CO2 in vent'anni». Anche questo, è l'economia circolare.

Eppure, il mercato ci ha abituati a una sorta di "obsolescenza programmata" dei prodotti: che interesse hanno le imprese a investire su un'allungamento della loro vita? «Agli occhi dei consumatori può diventare un vantaggio competitivo», risponde Busnelli.

Un qualsiasi prodotto di consumo "circolare", in altre parole, potrà essere preferito a un prodotto lineare. Senza però dimenticare che i risparmi sui costi industriali sarebbero già un bell'incentivo. Ma le imprese sarebbero disposte a trasferire parte del risparmio sui consumatori finali? «Dipende», risponde ancora Busnelli. «In uno dei casi che abbiamo studiato, l'utilizzo di bottiglie riusabili (invece che riciclabili) da parte dell'industria della birra, c'è bisogno della collaborazione dei consumatori e quindi la risposta è affermativa».

Un esempio di prodotto circolare by design? Un telefono cellulare. «Se viene ideato per essere facile da aprire e da scomporre – spiega Busnelli - diventa più economico riciclare i pezzi e recuperare i materiali rari».

 

Computer riciclabili, un esempio di economia circolare

Produrre computer eco-responsabili, quasi senza rifiuti, è la sfida raccolta da Paul Maher. Tre anni fa, la sua impresa ha ottenuto il primo Ecolabel europeo attribuito a un produttore di computer. I suoi sono riciclabili al 98% – mentre quelli convenzionali lo sono al 38% – e consumano la metà dell’elettricità.

Paul Maher, amministratore delegato di MicroPro Computers: “Non usiamo mercurio, piombo, PVC né plastiche nei nostri computer”.

Paul Maher e Anne Galligan hanno sviluppato un modello commerciale basato sul servizio post-vendita. L’obiettivo è garantire una longevità record ai loro computer.

Paul Maher, amministratore delegato, MicroPro Computers: “I nostri computer possono essere aggiornati attraverso la programmazione modulare, quindi è abbastanza facile ripararli o fare l’upgrade. Tutti i computer sono fatti di legno o di legno riciclato quindi non esistono due computer che si assomiglino”.

Si chiama economia circolare: tutto o quasi tutto è riutilizzabile. Alla fine della loro vita, i computer ecologici potranno servire da registratore di cassa o da luci di emergenza. Oggi questa azienda di 25 dipendenti genera un fatturato annuo di un milione e mezzo di euro in Irlanda e punta a raggiungere dieci milioni di euro su cinque anni e a triplicare il personale stringendo partnership in Europa.

Anne Galligan, direttrice, MicroPro Computers: “Il nostro modello commerciale può essere riprodotto in tutto il mondo. Attualmente discutiamo con diversi centri di servizi in tutta Europa, affinché i nostri computer Iameco possano avere lo stesso tipo di servizio che garantiscono in Irlanda”.

Ma questo modello di economia circolare può essere esteso a tutti i settori? Secondo stime, concepire prodotti che durino o riutilizzare le materie prime permetterebbe alle imprese dell’Unione Europea di risparmiare 600 miliardi di euro, ossia l’8% del loro fatturato annuale.

Shane Colgan, manager dell’unità per l’efficienza delle risorse, Agenzia irlandese per la protezione ambientale: “L’economia circolare funzionerà in tutti i settori dell’economia. Tra gli esempi ci sono i sistemi di car sharing in diverse città europee, o anche un’azienda irlandese che converte la plastica in abbigliamento di pile”.

Il passaggio all’economia circolare potrebbe generare fino a 580 mila posti di lavoro in Europa e contribuirebbe alla lotta contro il surriscaldamento globale.

Shane Colgan, manager dell’unità per l’efficienza delle risorse, Agenzia irlandese per la protezione ambientale: “L’economia circolare crea davvero vantaggi per tutti. La Commissione Europea ha detto che fino al 2030 saremo in grado di ridurre le emissioni di biossido di carbonio di 450 milioni di tonnellate l’anno grazie all’economia circolare”.

 

Sprecare meno per lavorare di più

Meno spreco di risorse vuol dire più occupazione. Ma non solo: uno sviluppo basato sul riuso, il riciclo, la riduzione del consumo di materie prime e della produzione di rifiuti potrebbe intaccare anche quello che è considerato il tasso di disoccupazione fisiologico di un'economia perché, oltre a creare lavoro, riduce il disallineamento tra domanda e offerta. È quanto emerge da un nuovo report che parla della realtà del Regno Unito ma che arriva a conclusioni che sono interessanti anche per altre situazioni, quella italiana in primis.

Lo studio indaga sui possibili effetti sul mercato del lavoro britannico dell'economia circolare. Stiamo parlando di tutte quelle attività che migliorano l'efficienza nell'uso delle risorse: dal riuso, al riciclo, al ricondizionamento dei prodotti, fino alla fornitura di servizi che consentono ai consumatori di godere dei beni senza la necessità di possederli, come il noleggio o il car-sharing.

La ricerca – condotta da Green Alliance assieme al think-thank “circolarista” Wrap – ipotizza tre scenari per il 2030, uno molto conservativo, che assume che non ci siano nuove iniziative per promuovere l'economia circolare, uno “mezzano” che prevede che la crescita di queste attività continui con i trend attuali e uno “trasformativo” nel quale si spinge veramente l'acceleratore sull'efficienza nell'uso delle risorse. Negli ultimi due scenari si potrebbero creare tra i 200mila e il mezzo milione di nuovi posto di lavoro (valore lordo, senza tenere conto delle possibili perdite in altri settori) e ridurre la disoccupazione di 54-102mila unità.

Ma più che i risultati quantitativi - di studi che raccontano quanto questo o quel settore aumenterebbe l'occupazione ormai abbiamo fatto indigestione – la conclusione interessante del report è che l'economia circolare potrebbe migliorare l'efficienza anche del mercato del lavoro.

Le attività in questione infatti ridurrebbero il mismatch (lo scostamento) geografico e di competenze tra domanda e offerta. Un problema che è molto sentito nel Regno Unito dove la disoccupazione è (come in Italia) molto più grave in alcune aree e più alta per i lavori meno qualificati: il mismatch lì pesa per 3 punti percentuali di occupazione. In questo modo, sostengono gli autori, si potrebbe addirittura abbassare quello che gli economisti neoclassici pensano sia il tasso di disoccupazione minimo fisiologico di un'economia, il NAIRU (non-accelerating inflation rate of unemployment), per il Regno Unito stimato al 5%.

Senza nemmeno considerare i logici benefici ambientali e l'aspetto occupazionale, d'altra parte, spremere al massimo il valore delle risorse, mantenendo le materie prime in circolo il più a lungo possibile potrebbe diventare un'ottima strategia per la competitività di economie e aziende.

 

Employment and the circular economy

Si rimanda al download del documento "Employment and the circular economy - Job creation in a more resource efficient Britain" redatto da Wrap e Green Alliance per una interessante overview del sistema britannico.

 

In Italia, si inizi dalla fiscalità

Da dove iniziare per intraprendere questa strada? Un'idea per la politica potrebbe essere di partire dalla fiscalità, tassando di più il consumo di risorse e meno il lavoro. A partire dalla carbon-tax sui combustibili fossili che mai come in questo periodo di petrolio a prezzi stracciati sarebbe facile introdurre. Peraltro in Italia carbon-tax e tassazione ambientale sono già previste dalla legge, anche se per ora restano sulla carta.

Con l'articolo 15 della legge di delega fiscale (l.11 marzo 2014, n. 23), infatti il Governo è delegato a “introdurre nuove forme di fiscalità finalizzate a orientare il mercato verso modi di consumo e produzione sostenibili, e a rivedere la disciplina delle accise sui prodotti energetici e sull'energia elettrica, anche in funzione del contenuto di carbonio e delle emissioni di ossido di azoto e di zolfo”.  Il gettito, secondo la delega, dovrà essere destinato “prioritariamente alla riduzione della tassazione sui redditi, in particolare sul lavoro generato dalla green economy, alla diffusione e innovazione delle tecnologie e dei prodotti a basso contenuto di carbonio e al finanziamento di modelli di produzione e consumo sostenibili, nonché alla revisione del finanziamento dei sussidi alla produzione di energia da fonti rinnovabili”.

 

Approfondisci su:

» www.ilsole24ore.com

» www.euronews.com

» www.qualenergia.it

l'Analisi del Ciclo di vita LCA

La valutazione del ciclo di vita

Life Cycle Assessment (in italiano "valutazione del ciclo di vita", conosciuto anche con la sigla LCA) è un metodo che valuta un insieme di interazioni che un prodotto o un servizio ha con l'ambiente, considerando il suo intero ciclo di vita che include le fasi di preproduzione (quindi anche estrazione e produzione dei materiali), produzione, distribuzione commerciale, uso (quindi anche riuso e manutenzione), riciclaggio e dismissione finale.

La procedura LCA è standardizzata a livello internazionale dalle norme ISO 14040 e 14044.

Obiettivi e scopi della LCA

La LCA (come definito nella norma ISO 14040) considera gli impatti ambientali del caso esaminato nei confronti della salute umana, della qualità dell'ecosistema e dell'impoverimento delle risorse, considerando inoltre gli impatti di carattere >economico e sociale.

Gli obiettivi dell'LCA sono quelli di definire un quadro completo delle interazioni con l'ambiente di un prodotto o di un servizio, contribuendo a comprendere le conseguenze ambientali direttamente o indirettamente causate e quindi dare a chi ha potere decisionale (chi ha il compito di definire le normative) le informazioni necessarie per definire i comportamenti e gli effetti ambientali di una attività e identificare le opportunità di miglioramento al fine di raggiungere le migliori soluzioni per intervenire sulle condizioni ambientali.

Cinque fasi maggiori

In accordo con le norme ISO 14040 e 14044, il Life Cycle Assessment viene suddiviso in cinque fasi di valutazione:

  • Mete e obiettivi
  • Inventario del ciclo di vita
  • Valutazione dell'impatto del ciclo di vita
  • L'Interpretazione
  • LCA usi e strumenti

LCA, strumento fondamentale per l’attuazione di una Politica Integrata dei Prodotti

Il Life Cycle Assessment rappresenta uno degli strumenti fondamentali per l’attuazione di una Politica Integrata dei Prodotti, nonché il principale strumento operativo del “Life Cycle Thinking”: si tratta di un metodo oggettivo di valutazione e quantificazione dei carichi energetici ed ambientali e degli impatti potenziali associati ad un prodotto/processo/attività lungo l’intero ciclo di vita, dall’acquisizione delle materie prime al fine vita (“dalla Culla alla Tomba”).

La rilevanza di tale tecnica risiede principalmente nel suo approccio innovativo che consiste nel valutare tutte le fasi di un processo produttivo come correlate e dipendenti.

Tra gli strumenti nati per l’analisi di sistemi industriali l’LCA ha assunto un ruolo preminente ed è in forte espansione a livello nazionale ed internazionale.
A livello internazionale la metodologia LCA è regolamentata dalle norme ISO della serie 14040’s in base alle quali uno studio di valutazione del ciclo di vita prevede: la definizione dell’obiettivo e del campo di applicazione dell’analisi (ISO 14041), la compilazione di un inventario degli input e degli output di un determinato sistema (ISO 14041), la valutazione del potenziale impatto ambientale correlato a tali input ed output (ISO 14042) e infine l’interpretazione dei risultati (ISO 14043).

A livello europeo l’importanza strategica dell’adozione della metodologia LCA come strumento di base e scientificamente adatto all’identificazione di aspetti ambientali significativi è espressa chiaramente all’interno del Libro Verde COM 2001/68/CE e della COM 2003/302/CE sulla Politica Integrata dei Prodotti, ed è suggerita, almeno in maniera indiretta, anche all’interno dei Regolamenti Europei: EMAS (761/2001/CE) ed Ecolabel 1980/2000/CE.

L’LCA del resto rappresenta un supporto fondamentale allo sviluppo di schemi di Etichettatura Ambientale: nella definizione dei criteri ambientali di riferimento per un dato gruppo di prodotti (etichette ecologiche di tipo I: Ecolabel), o come  principale strumento atto ad ottenere una  Dichiarazione Ambientale di Prodotto: DAP (etichetta ecologica di tipo III).

Potenzialmente quindi le sue applicazioni sono innumerevoli:

  • Sviluppo e Miglioramento di prodotti/processi;
  • Marketing Ambientale;
  • Pianificazione strategica;
  • Attuazione di una Politica Pubblica.

Tuttavia poiché uno studio dettagliato di LCA può risultare a volte costoso (in termini economici e di tempo) e complesso da eseguirsi (si deve acquisire una notevole quantità di dati ambientali durante ogni fase  del ciclo di vita, e si devono conoscere in modo approfondito sia gli aspetti metodologici standardizzati della metodologia che gli strumenti di supporto quali software e banche dati), si stanno sempre più sviluppando  strumenti di “LCA semplificata” che consentano una verifica immediata del ciclo di vita dei prodotti anche a coloro che non possiedono tutte le competenze e le risorse necessarie per realizzare uno studio dettagliato.

Inoltre poiché di fondamentale importanza per la buona riuscita di uno studio di LCA è la disponibilità di dati attendibili, in campo internazionale ed europeo si sta cercando di favorire l’accessibilità, la disponibilità e lo scambio gratuito e libero di dati LCA attraverso lo sviluppo di Banche Dati pubbliche, protette, compatibili, trasparenti ed accreditate.

Approfondisci su:

» www.wikipedia.org

» isprambiente.gov.it

lo Sviluppo locale autosostenibile

Lo sviluppo economico e sociale sostenibile

Lo sviluppo sostenibile è una forma di sviluppo economico e sociale che non compromette alle future generazioni l'opportunità di proseguire nello sviluppo preservando la qualità e la quantità del patrimonio e delle riserve naturali disponibili ma, è bene ricordarlo, non inesauribili.

L'obiettivo è di mantenere uno sviluppo economico compatibile con l'equità sociale e gli ecosistemi.

I 3 punti fondamentali dello sviluppo economico

  • il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere superiore al loro tasso di rigenerazione
  • l'emissione di inquinanti nell'ambiente non deve superare la capacità di assorbimento naturale dell'ambiente stesso;
  • lo stock di risorse non rinnovabili deve restare costante nel tempo.

Ponendo come priorità il rispetto di queste tre regole, non solo è possibile avviare un nuovo modello di sviluppo nei cosiddetti paesi industrializzati, ma anche consentire ai paesi in via di sviluppo la possibilità di accedere alle risorse (spesso presenti nel proprio territorio ma sfruttate da soggetti esteri come le multinazionali) e di costruire una sensibilità ambientale che combatta l'attuale modello inquinante che ha prodotto, con gli effetti che tutti conosciamo, grandi diseguaglianze (tra nord e sud) e gravi danni ambientali.

Coscienza di luogo e autosostenibilità

Non c’è dubbio che oggi stiamo assistendo ad un cambiamento socio-economico a livello internazionale, mentre siamo dubbiosi sul fatto che la strada del cambiamento sia davvero quella giusta e che tutti vorremmo.

In vurtù di questo dubbio, a livello territoriale non si può ignorare l’evolversi delle dinamiche globali che inevitabilmente porteranno mutamenti anche su scala locale, bisogna quindi chiedersi in che modo risponderà un territorio caratterizzato da peculiarità che spesso non sono rappresentative dell’economia globale.

Forse c’è bisogno di avviare una nuova visione politica territoriale, che non escluda una forma di democrazia partecipata finalizzata ad una crescita sostenibile del territorio e al consolidamento delle società locali, in altri termini c’è bisogno di “fare società locale”.

Tutto ciò, non deve far pensare ad una forma di auto-esclusione dal mondo economico e sociale, ma questa nuova visione politica deve far sì che la società territoriale riacquista le relazioni affettive, attive, sapienti con il proprio ambiente di vita, reinterpretandone i valori territoriali attraverso la crescita di coscienza di luogo e di forme di autogoverno, per produrre ricchezza durevole elevando la qualità della vita e il benessere nel contesto di un sistema aperto di relazioni e di scambi. Questa crescita della società locale non è data: è un progetto, una chance, un’idea cui dare forza politica al fine di potenziare quei frammenti identitari “resistenti” all’omologazione globale. L’identità di un territorio, si rafforza attraverso azioni di cura dell’ambiente, del paesaggio, nelle innovazioni produttive in agricoltura, nell’artigianato, nel terziario avanzato finalizzato al benessere sociale.

I “nuovi abitanti” quindi, che imboccano la strada dello sviluppo locale autosostenibile, interpretano l’identità di un luogo, i suoi valori, la ricchezza del suo milieu, attenti a produrre trasformazioni che ne aumentino il valore.

Il forte rischio che si corre, è che il territorio locale non è più conosciuto, interpretato, agito dagli abitanti come produttore degli elementi di riproduzione della vita biologica (acqua, aria, terra, cibo, energia, ecc..) né sociale (relazioni di vicinato, conviviali, ecc..), quindi una dissoluzione dei luoghi in un quadro di un generale processo di deterritorializzazione della vita. E’ da questo contesto di spoliazione che devono nascere sintomi della rinascita della coscienza di luogo come opposizione agli effetti distruttivi sulla qualità della vita nel territorio della globalizzazione economica e delle sue crisi.

Il ritorno al territorio e alla sua centralità politica, va inteso come riconoscimento delle peculiarità socioculturali, come cura e valorizzazioni delle risorse locali e su reti di scambio solidali, come relazioni sociali e spazi pubblici. Il progetto locale quindi, utilizza indicatori della ricchezza e del benessere che non si identifica soltanto con la crescita economica (PIL), ma attraverso la proprietà diffusa dei mezzi di produzione, la riappropriazione dei saperi e delle forme sociali, di riproduzione degli ambienti di vita, autogoverno e partecipazione sociali alle decisioni, qualità ambientale territoriale e sociale, riduzione dell’impronta ecologica, cittadinanza inclusiva e così via.

Con questi criteri di valutazione il progetto locale ridimensiona il concetto di dominio del sistema economico a favore del sistema sociale e culturale, ridefinendo cosa deve crescere e cosa deve decrescere.

 

Autosostenibilità energetica

Lo sviluppo tecnologico dell'umanità è da sempre stato garantito dalla possibilità di adoperare le risorse che la natura ci mette a disposizione. La sopravvivenza umana e quella del resto degli esseri degli ecosistemi si basa appunto sulla disponibilità e varietà delle risorse fisiche. Questo ha permesso all'uomo di avviarsi verso un progresso economico talmente rapido ed inusuale, tale che ha fatto crescere, di circa quattro volte, dal 1950 in poi, il PIL pro-capite nei paesi sviluppati,  e ancor più nei paesi asiatici.  L'avanzata della modernità non è però indolore e lascia dietro di sé costi e problemi, aprendo così nuovi campi d'indagine. Intorno alle varie possibilità di sviluppo è nata una vera e propria tecnologia delle risorse, non intendendo esclusivamente l'insieme delle abilità tecniche acquisite, ma ampliando il raggio visivo alle conoscenze, all'organizzazione e alla gestione delle risorse stesse.

Nel 1987 la Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo (WCED) rilascia un documento storico, il rapporto Brundtland, in cui viene per la prima volta introdotto il concetto di sviluppo sostenibile, il quale "risponde alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze.  Il concetto di sviluppo sostenibile implica dei limiti; non limiti assoluti, ma imposti nell'uso delle risorse ambientali dal presente stato dell'organizzazione tecnologica e sociale e dalla capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane.  Un processo nel quale l'uso delle risorse, la direzione degli investimenti, la traiettoria del progresso tecnologico e i cambiamenti istituzionali concorrono tutti ad accrescere le possibilità di rispondere ai bisogni dell'umanità; non solo per l'oggi, ma anche per il futuro, dando la priorità alle necessità dei poveri del mondo".

Il rapporto Brundtland getta nuova luce sul concetto di sfruttamento delle risorse in senso generale: lo sviluppo deve necessariamente essere sostenibile nel lungo periodo, non deve limitare la disponibilità delle risorse energetiche per le generazioni che verranno, e questo implica anche un serio controllo sull'indiscriminato utilizzo delle fonti energetiche, che devono avere il tempo di rigenerarsi e ricostituirsi. Infatti il rapido sfruttamento di alcune di queste risorse sta portando al loro esaurimento ed inquinamento, soprattutto in ambiti territoriali particolarmente ristretti. Un esempio riguarda la fauna ittica: lo sfruttamento sempre più intenso ha portato al drastico depauperamento di questa risorsa, e la tecnologia ha contribuito a rendere la pesca un'attività ancora più aggressiva e redditizia.

Ricordare che le fonti messe a disposizione da madre natura non sono illimitate, ci riporta ad un altro elemento: i limiti dello sviluppo, che non possono non essere considerati, di fronte all'evidenza dell'esauribilità  e della finitezza delle risorse. In senso ampio bisogna accettare l'idea della finitezza della Terra, ed organizzare azioni che la tutelino. Nel 1972 il Club di Roma commissionò al MIT un Rapporto sui limiti dello sviluppo che conteneva, grazie a software avanzati,  previsioni e statistiche sull'andamento della crescita della popolazione, rapportata al continuo e costante utilizzo delle risorse.

Nel tempo questo documento è stato soggetto a numerosi aggiornamenti, di cui il primo risale al 1992 e l'ultimo al 2006 e ricalca insistentemente sui concetti di sviluppo sostenibile e impronta ecologica. Lo sviluppo sostenibile è una strada che le industrie ad oggi si stanno impegnando seriamente a percorrere, anche e soprattutto per soddisfare le richieste degli Stakeholders che hanno sviluppato nel tempo una sensibilità ed un senso di responsabilità, più consapevoli degli effetti demolitori che il progresso tecnico comporta sull'ambiente. La grande sfida consiste nel fare combaciare tre aspetti, ossia la sostenibilità economica, sociale ed ambientale, e di conseguenza ogni piano e politica d'intervento devono intraprendere azioni integrate e coerenti in tal senso.

Oggi la questione economica, legata al welfare e all'occupazione, soggioga lo sviluppo tecnologico al soddisfacimento di bisogni materiali ma effimeri, e la tecnologia non può liberamente esplicarsi in un suo proprio ambito autonomo, ma è stata trasformata in uno strumento al servizio dei governi, spogliata del suo essere una chance di miglioramento della vita dell'umanità. I governi trovano succosa l'ipotesi di un'autosufficienza energetica ma intervengono fattori che l'allontanano da un'effettiva concretezza: la competizione per l'accesso alle risorse, la loro limitatezza e gli argini allo sviluppo, ma soprattutto l'impatto sul territorio e il degrado dell'ambiente. In quest'ottica è auspicabile che si raggiunga tra i vari Paesi un accordo sulla modalità e sull'intensità dell'utilizzo delle risorse, soprattutto di quelle non rinnovabili, coordinando politiche d'azione che si riflettano sull'ambito locale facilitando la transizione ad un nuovo modello di sviluppo, imperniato non sull'aggressivo accaparrarsi di quel che ormai è già stato quasi del tutto consumato, ma sulla ricerca di fonti rinnovabili e di lunga durata, come ad esempio l'energia idroelettrica, l'energia eolica e il fotovoltaico.

Questo, nel quadro della globalizzazione e dello scambio internazionale si tradurrebbe in un vantaggio competitivo imprescindibile per ogni Paese. Si tratta, ad ogni modo, di un processo tortuoso, che richiede un'attenzione particolare, oltre che lo sforzo dei vari Paesi per accordarsi nel quadro di patti internazionali, in modo da salvaguardare, allo stesso tempo, l'ambiente, la propria situazione contingente e la propria specificità.

 

Focus economia: Made in Italy e auto-sostenibilità

In Italia c’è una nazionalità da difendere perché sinonimo di qualità ed eccellenza e sicuramente la possibile partenza per una ripresa economica fondata sulle eccellenze locali dei singoli territori.

La trasmissione e la valorizzazione del Made in Italy, infatti, può e deve essere incentivata, collocandola in un ottica più vasta di auto-sostenibilità produttiva e ambientale, affiancata alle nuove realtà che cercano di portare il made in Italy a livello mondiale. A tal scopo è indispensabile attuare subito sul territorio una politica di auto-sostenibilità che dia spazio alla nuova imprenditorialità.

La strategia che oggi sembra vincente è valorizzare la produttività locale e investire appunto sul territorio e le sue ricchezze, riconoscendole come risorse e patrimonio di competenze specifiche.

Reinvestire sulle realtà locali

Ri-Local è uno dei capisaldi del “design sistemico“, applicati in molte realtà italiane. L’obiettivo è incrementare i ricavi grazie a uso intelligente del territorio, delle competenze e delle materie di scarto. In pratica bisogna sfruttare le risorse senza produrre sprechi, attraverso il riutilizzo degli scarti, e l’utilizzo di materiali e prodotti del territorio limitrofo: ciò produrrà vantaggi in termini di valorizzazione dell’economia locale esostenibilità ambientale. Il guadagno sta anche nell’approvvigionamento delle materie prime e nella logistica dei prodotti con una riduzione drastica dei costi.

Esistono già, in Italia, delle realtà commerciali che operano come sistemi aperti, grazie all’applicazione del design sistematico, un esempio italiano di questo tipo è a Torino: il progetto Km verde prevede il riciclo del 70% degli scarti industriali e civili non dannosi (carta, legno, plastica, pneumatici fuori uso, ecc.), in una struttura ecocompatibile, in cui saranno impiegate solo energie rinnovabili.

 

Esperienze locali in Italia e all'estero

Il progetto per la piccola e media impresa

Agroindustria è un esempio di valorizzazione del territorio: il contesto produttivo, distributivo e di consumo è stato popolato da attori locali. Agroindustria vanta autonomia energetica perché riutilizza le risorse rinnovabili al suo interno e, in un bacino territoriale di 40 km, mediante attività green di raccolta e ripulitura del sottobosco da parte delle comunità montane e recupero di scarti produttivi della produzione di pallet e cassette. Le zone limitrofe ripulite sono divenute ulteriore input per il turismo a beneficio delle attività commerciali limitrofe. L’approccio sistemico garantisce dunque introiti all’azienda in relazione al sistema in cui è inserita.

Un altro esempio: a Rivoli (TO), un’azienda che produce guanti da lavoro in lattice ha beneficiato dell’eco-design salvando la propria attività commerciale dal baratro della crisi economica: riprogettando il sistema produttivo con il ricondizionamento dei prodotti – mediante processi di lavaggio con detersivi eco-ambientali – è stato possibile riutilizzare i guanti fino a 6 volte abbassando del 28% il costo di produzione, aumentando posti di lavoro e utili aziendali.

Un esempio all’estero è il progetto Tribewanted, una comunità cross-culturale che ha realizzato già due ecovillaggi (Sierra Leone e isole Figji) avviandosi a realizzare il terzo in Italia a Monestevole (Perugia). In questo modo la realtà costruita diventa autonoma energeticamente e produttivamente e diventerebbe possibile vivere e produrre in modo sostenibile.

Seguire l'esempio di queste e altre nuove realtà di auto-sostenibilità, con l’aiuto dei nuovi canali creati per valorizzare e diffondere il made in Italy nel mondo, potrebbe essere realmente una risposta alla crisi e forse l’avvio di una rinascità economico-culturale italiana.

 

 L'impegno di Cosea Ambiente sul proprio territorio

Cultura con il progetto Pinocchio

La Campagna di promozione della raccolta differenziata di Cosea Ambiente Spa intitolata “Sei tu che fai la differenza”, partita nel 2006 e rivolta a famiglie, scuole e attività commerciali dei Comuni Soci, si prefigge l’obiettivo di incrementare le percentuali di materiale differenziato raccolto, attraverso la partecipazione dei cittadini e il coinvolgimento ad un corretto uso del sistema di raccolta, pubblicizzando e incentivando le raccolte differenziate (vetro e barattoli, carta e cartone, plastica, pile, farmaci, organico ecc.) e il riciclaggio, informando sulle corrette modalità di conferimento, sui Punti Ecologici e sulle Stazioni ecologiche attrezzate esistenti, sul servizio di raccolta dei rifiuti ingombranti.

Nel progetto di incremento della RD di Cosea Ambiente un posto di rilievo spetta sicuramente all’attività di sensibilizzazione e di promozione di comportamenti ambientalmente corretti da parte dei cittadini e delle imprese. Uno sforzo educativo è infatti indispensabile per l’avvio di quel circolo virtuoso che, grazie al potenziamento del servizio di RD, può fare di una grande parte dei rifiuti una “Risorsa quasi immortale”, come intuisce Viale nella propria pubblicazione. Solo la giusta armonia di comportamento dei tre attori: il cittadino che separa, il Comune/l’Azienda che raccoglie e l’Impresa/Consorzio di filiera che ricicla, permette il compimento di questo “miracolo”.

La comunicazione rappresenta una leva fondamentale per creare tale armonia, e Cosea Ambiente desidera utilizzarla per lanciare su diversi fronti e con diverse modalità una Rinnovata Cultura del Riciclo.

L’attenzione di Cosea Ambiente si è focalizzata innanzitutto sul mondo della Scuola, che rappresenta sicuramente una grande opportunità per far nascere un rapporto corretto con i rifiuti e con le tematiche del recupero e del riciclaggio delle risorse, questo perché, da una parte nella scuola si formano gli alunni, gli adulti di domani, dall’altra gli alunni/i giovani sono divulgatori di informazione e promotori di comportamenti all’interno della propria realtà, spesso in modo autorevole ed efficace, potendo dunque contribuire in modo prezioso alla sensibilizzazione di chi ha materialmente la responsabilità della separazione dei rifiuti.

In tale contesto, Cosea Ambiente caratterizza la propria campagna di comunicazione utilizzando un personaggio particolare: Pinocchio.

Pinocchio - comunicazione

Il “Progetto Pinocchio” intende potenziare la raccolta differenziata a partire dal territorio di Pescia e via via allargarsi ai sub ambiti della montagna Pistoiese e Bolognese, sviluppando un vero progetto culturale attraverso l’organizzazione una campagna di formazione, informazione e sensibilizzazione che ha come punto centrale la riscoperta di una delle fiabe più famose nel mondo: il romanzo ottocentesco “Le avventure di Pinocchio - Storia di un burattino” e della sua profonda morale, da riproporre alla società del nuovo millennio con una rilettura in versione ecologica.

L’opera di Collodi non è solo una fantastica avventura, citando infatti il Vitale nella pubblicazione “Carta e cartone – guida alla raccolta differenziata”, “è anche un grande libro educativo, una storia morale: che insegna come da burattini si possa diventare uomini o, in altre parole, come dalla libertà assoluta dei bambini si debba acquisire il senso del dovere degli adulti. La sua morale però non è eroica, bensì più modesta, affidata alla esperienza degli umili”, e ci permettiamo di aggiungere, affidata a quella saggezza antica e popolare che ha fatto grande questo Paese.

Quella di Pinocchio è una fiaba senza tempo: nel 2008 il famoso burattino ha già compiuto oltre un secolo di vita, attraversando successi, ispirando autori ed artisti, subendo mille trasformazioni, e il suo parco a Collodi ha festeggiato i 50 anni.

 

Una rilettura in chiave ecologica assieme alla Fondazione Collodi

Fondazione Collodi

La Fondazione Collodi negli anni ha portato avanti l’obiettivo di far conoscere “Pinocchio” nel mondo con tante iniziative, l’ultima nel 2007, in collaborazione con il Comitato Italiano per L’UNICEF, promuovendo un Concorso Internazionale dal titolo: “CADRA’ LA POLVERE SU PINOCCHIO? - La possibilità di un bambino burattino nei prossimi 50 anni”.

Cosea Ambiente ritiene che partendo dalla simpatia dei bambini come degli adulti nei confronti del “burattino”, e dai personaggi e dalle situazioni della favola, entrati a far parte del sentire e del linguaggio comune, “Pinocchio” offra una opportunità straordinaria, quella di offrire diverse letture e interpretazioni.

Tra queste la proposta di far rivivere la fiaba e la sua morale in chiave “ecologica”, in tal senso infatti gli spunti nel racconto sono numerosi e andrebbero senz’altro colti e analizzati, così da far riflettere i bambini, utilizzando un loro beniamino e un linguaggio accessibile, su tematiche di rilievo come quelle ambientali.

Insieme al concetto di superamento della fase egoistica e alla riflessione che una vita votata al divertimento e alla trasgressione delle norme del vivere comune non possa che condurre alla perdizione, “Le avventure di Pinocchio” nascondono un importante messaggio di rispetto per l’ambiente e di recupero delle risorse, messaggio che si sposa perfettamente con la politica ambientale e con l’idea di riciclo e di “seconda vita delle cose”: da legno a burattino, da burattino a uomo…ovvero da materia a oggetto, da oggetto a nuova risorsa.

 

Cosea Ambiente con i bambini del Salone Italiano dell'Educazione di Genova




 

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la Green economy, il lavoro e l’occupazione

La green economy

ln risposta alla crisi economica e finanziaria globale, negli ultimi anni si è sempre più diffuso il concetto di "economia verde" quale nuovo paradigma economico dalle significative opportunità di investimento, crescita e occupazione per l’intero sistema produttivo.

Un forte impulso alla valorizzazione della green economy è arrivato da autorevoli organismi come il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP), L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e la Commissione Europea che, pur nelle diverse definizioni fornite, hanno condiviso la centralità della green economy nel perseguimento di uno sviluppo più sostenibile.

Secondo la definizione della Commissione Europea la green economy è “un’economia che genera crescita, crea lavoro e sradica la povertà investendo e salvaguardando le risorse del capitale naturale da cui dipende la sopravvivenza del nostro pianeta”. L’OCSE utilizza il termine di green growth per indicare una crescita economica che sappia ridurre l’inquinamento, le emissioni di gas serra e i rifiuti, preservando il patrimonio naturale e le sue risorse.

L'UNEP considera la green economy un’economia a basse emissioni di anidride carbonica, efficiente nell’utilizzo delle risorse e socialmente inclusiva, che produce benessere umano ed equità sociale, riducendo allo stesso tempo i rischi ambientali.

Il punto di partenza di tutte le definizioni e impostazioni della green economy è la critica alla visione economica tradizionale che non ha tenuto nel giusto conto i danni, anche economici, legati agli impatti ambientali causati dall’attuale sistema economico e produttivo, soprattuttoin settori quali l’agricoltura, la pesca, l’allevamento e il turismo che dipendono da un sano contesto ambientale. Al contrario, la green economy ritiene necessario stimare il valore della biodiversità e delle risorse naturali, quali beni pubblici e servizi eco sistemici, finora sottovalutati e mal gestiti in quanto invisibili economicamente: l’aumento della domanda di risorse (terra, acqua, foreste, ecosistemi) ha portato a un maggiore  impoverimento e degrado dell’ambiente; la perdita di biodiversità e la deforestazione continuano ad un ritmo allarmante; la scarsità di risorse, così come l’accesso ad esse, sta divenendo un problema di portata planetaria; le emissioni di gas ad effetto serra continuano ad  aumentare in tutto il mondo, alimentate dal cambiamento di destinazione d’uso dei terreni e dalla crescente domanda di combustibili fossili. Gli effetti del cambiamento climatico (come  il mutare del regime delle precipitazioni e l’innalzamento del livello del mare) possono  peraltro moltiplicare gli attuali problemi ambientali.

In questo contesto, la sfida della green economy è quella di superare il vecchio modello economico basato sullo sfruttamento di risorse naturali e sulla scarsa attenzione agli impatti ambientali, riconoscendo i limiti del pianeta, quali confini di una nuova visione basata su un uso sostenibile delle risorse e su una riduzione drastica degli impatti ambientali e sociali: solo così potranno essere affrontati due grandi problemi, interdipendenti: offrire condizioni di vita migliori ad una popolazione che nel 2050 sarà  cresciuta di oltre un terzo e fronteggiare la pressione esercitata da più parti sull’ambiente, che, se incontrastata, pregiudicherà la capacità di risolvere il primo problema.

 

I green jobs

Il concetto di economia verde chiama in causa temi quali il miglioramento delle prospettive di salute, la sicurezza energetica e nuove prospettive di lavoro.

In particolare, numerose e stimolanti sono le occasionidi mercato oggi offerte da quelli che vengono definiti “Green jobs”, quelle “occupazioni nei settori dell’agricoltura, del manifatturiero, nell’ambito della ricerca e sviluppo, dell’amministrazione e dei servizi che contribuiscono in maniera incisiva a preservare o restaurare la qualità ambientale”. Queste includono attività che aiutano a tutelare e proteggere gli ecosistemi e la biodiversità; a ridurre il consumo di energia, risorse e acqua tramite il ricorso a strategie ad alta efficienza; a minimizzare o evitare la creazione di qualsiasi forma di spreco o inquinamento” [7].

Secondo i dati raccolti nel rapporto GreenItaly 2012 l‘eco-industria fornisce in Europa circa 3,4 milioni di posti di lavoro, un contributo in termini occupazionali superiore a quello dell’industria automobilistica, della chimica o del sistema moda, con circa 600.000 nuovi posti di lavoro creati tra il 2004 e il 2008 in settori quali i rifiuti e l’acqua [8].

In Italia, secondo i dati del Sistema Informativo Excelsior, nel 2012 le circa 360mila imprese che hanno investito in prodotti o tecnologie green hanno programmato più di 55mila assunzioni.

Investire nella green economy rappresenta quindi un fattore di competitività, come dimostrano anche i dati relativi alle esportazioni (il 37% ha esportato nel 2011, contro il 22% delle imprese non green) e all’innovazione.

Questi numeri si riferiscono all’eco-industria in senso stretto, ossia all’industria dei beni e dei servizi ambientali finalizzati a misurare, limitare, minimizzare o correggere i danni ambientali recati all’acqua, all’aria, al suolo, o relativi a problemi legati ai rifiuti, all’inquinamento acustico e ai danni recati agli ecosistemi. Ai settori dell’eco-industria devono aggiungersi quei comparti che generano posti di lavoro connessi all’ambiente come l’agricoltura biologi-ca, la silvicoltura sostenibile e il turismo ecologico [9], settori che possono essere strategici per una valorizzazione del made in Italy e soprattutto dei prodotti tipici.

Quello della green economy può rappresentare infatti un settore strategico, ad elevata potenzialità occupazionale, soprattutto nei territori ad alta valenza culturale e ambientale, in cui lo sviluppo economico deve essere coniugato con la possibilità di avere maggiore e migliore occupazione, anche attraverso il recupero di figure e mestieri tradizionali. Secondo un’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al secondo trimestre del 2012, l’agricoltura registra un incremento delle assunzioni del 10,1% rispetto lo stesso trimestre 2011, attestandosi come il settore che fa registrare il più elevato aumento nel numero di lavoratori dipendenti, in netta controtendenza con l’andamento generale che mostra livelli elevati di disoccupazione. 
Il trend positivo dell’agricoltura è particolarmente importante perché si stima che un lavoratore dipendente su quattro assunti in agricoltura abbia meno di 40 anni.

In particolare, l’agricoltura biologica con i suoi 1.100.000 rappresenta una delle eccellenze italiane, essendo il nostro Paese il primo produttore bio in Europa per numero di operatori. Secondo l’Indice di Green Economy (IGE) stilato da Fondazione Impresa, sono le regioni meridionali ad eccellere negli indicatori relativi all’agricoltura biolo-gica: Basilicata, Calabria, Sicilia, Lazio, To-scana e Puglia si posizionano nei primi sei posti della classifica relativa alla superficie destinata all’agricoltura biologica. Le regioni settentrionali si distinguono per la produzione di energia elettrica da fonti idriche. I primi tre posti nella classifica relativa a questo specifico indicatore sono infatti occupati nell’ordine da Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia.

Come dimostrano i dati, la green economy in Italia non conosce la tradizionale frattura tra Nord e Sud, interessando tutte le regioni, seppure con specifiche caratteristiche e distinzioni: le regioni più “green” d’Italia sono il Trentino Alto Adige, la Toscana e la Basilicata e, a seguire, la Calabria, la Valle d’Aosta e il Veneto.

Il concetto di Green Economy abbraccia tanti mondi: biologico, rinnovabili, efficienza energetica, gestione virtuosa dei rifiuti, tutela della biodiversità o più semplicemente un modo di fare impresa, in qualsiasi settore, sostenibile. Di Green Economy si è discusso ieri nell’ambito di un congresso promosso dal CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi.

Nel corso dell’incontro è intervenuto il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che ha anticipato i contenuti del Consiglio dei Ministri europeo dell’Ambiente e del Lavoro in programma a Milano per il prossimo 16 e 17 luglio.

Galletti ha spiegato che la convocazione dei ministri di Lavoro e Ambiente a un tavolo unico nasce dalla volontà dell’Italia di puntare su occupazione e sostenibilità nel corso del suo semestre di presidenza europea, al fine di favorire la ripresa economica e garantire un futuro alle nuove generazioni.

Spesso investire in tecnologie per la riduzione delle emissioni e dei consumi e nell’ottimizzazione delle risorse è stato visto da alcune imprese come un peso, una zavorra per la competitività. Secondo Galletti, invece, la tutela dell’ambiente può procedere di pari passo con l’innovazione, la crescita e la lotta alla disoccupazione giovanile dilagante in Europa.

Secondo le stime fornite da Galletti da qui al 2020 complessivamente negli Stati membri potrebbero essere creati ben 20 milioni di nuovi posti di lavoro verdi. Queste cifre nascono dai dati positivi sui green jobs in Europa registrati negli anni scorsi. Dal 2002 al 2011 sono infatti nati ben 4 milioni di posti di lavoro nella Green Economy, di cui oltre un milione nel periodo che va dal 2007 al 2011.

Secondo le stime “prudenti” del CONAI, la sola eliminazione delle discariche come metodo di smaltimento dei rifiuti creerà 307 mila nuovi posti di lavoro fissi e 125 mila temporanei. Nel corso del convegno Galletti non ha risparmiato una frecciatina all’Unione Europea proprio sul tema della riduzione dei rifiuti:

«L’Italia rischia una procedura di infrazione sull’uso dei sacchetti per la spesa biodegradabili. Il motivo è che non si favorirebbe la circolazione delle merci. Se l’infrazione dovesse arrivare ne sarei orgoglioso e l’appenderei dietro la mia scrivania. Sarebbe un paradosso se l’Italia venisse punita per essere all’avanguardia su una questione di tutela dell’ambiente.»

 

Green economy: il riciclo in Italia vale 43 miliardi

L’Italia del riciclo una spinta per la Green Economy. Secondo il rapporto presentato ieri dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, presieduta dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, le aziende impegnate nel recupero dei materiali riciclabili hanno raggiunto un fatturato complessivo di circa 34 miliardi.

Le aziende impegnate nel riciclo sono in Italia perlopiù di piccole dimensioni o ditte individuali, si legge nel rapporto realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile insieme co FISE UNIRE, ma con numeri complessivi importanti per quel che riguarda soprattutto l’occupazione, cresciuta del 13% negli ultimi 5 anni. Ad aumentare nello stesso periodo anche il numero delle aziende coinvolte (+10%), delle quali il 94% svolge tra le proprie attività anche quella di recupero.

Il rapporto sul riciclo in Italia valuta l’andamento del settore nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012, durante il quale è cresciuto anche un settore chiave come quello della raccolta degli imballaggi(ancora in crescita dell’1% tra il 2012 e il 2013). Circa 9.000 in totale sono le imprese attualmente impegnate nel recupero dei rifiuti.

Crescita che appare ancor più evidente prendendo in considerazione le eccellenze del riciclo in Italia, con percentuali di recupero per carta, acciaio e vetro pari rispettivamente all’86%, al 74% e al 65%. Come ha sottolineato lo stesso Edo Ronchi:

«Il riciclo dei rifiuti in Italia potrebbe crescere, generando nuovi investimenti e nuova occupazione, con norme più chiare, certe ed efficaci a partire da quelle, attese da anni,che indichino con precisione a quali condizioni un rifiuto sottoposto ad un trattamento di recupero cessa di essere un rifiuto e diventa un prodotto.

In attesa dei regolamenti europei che richiederanno tempo e saranno parziali, si dovrebbe procedere con un Decreto del Ministro dell’Ambiente, sul modello del DM 5.2.98, che stabilisca caratteristiche e condizioni almeno per tutte le tipologie di rifiuti non pericolosi che possono essere sottoposti ad un recupero completo, che consentano di arrivare alla cessazione della qualifica di rifiuto (End of waste) applicando i criteri comunitari.

Il testo di questo decreto ministeriale, data la sua vastità, può essere preparato in tre mesi da una commissione tecnica ad hoc e con una rapida consultazione di tutte le categorie interessate.»

 

Nuove competenze professionali per vincere la sfida della green economy

«La transizione verso un’economia sostenibile ed efficiente nell’uso delle risorse naturali avrà effetti pervasivi nell’economia e comporterà importanti trasformazioni nel mercato del lavoro e nella stessa vita delle persone. Gli effetti sulla crescita e sull’occupazione dipenderanno dalla capacità di anticipazione dei fabbisogni di nuove competenze professionali e dalla messa in campo di politiche integrate d’investimento in formazione e innovazione.»

- Antonio Ranieri
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