la Green economy, il lavoro e l’occupazione

La green economy

ln risposta alla crisi economica e finanziaria globale, negli ultimi anni si è sempre più diffuso il concetto di "economia verde" quale nuovo paradigma economico dalle significative opportunità di investimento, crescita e occupazione per l’intero sistema produttivo.

Un forte impulso alla valorizzazione della green economy è arrivato da autorevoli organismi come il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP), L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) e la Commissione Europea che, pur nelle diverse definizioni fornite, hanno condiviso la centralità della green economy nel perseguimento di uno sviluppo più sostenibile.

Secondo la definizione della Commissione Europea la green economy è “un’economia che genera crescita, crea lavoro e sradica la povertà investendo e salvaguardando le risorse del capitale naturale da cui dipende la sopravvivenza del nostro pianeta”. L’OCSE utilizza il termine di green growth per indicare una crescita economica che sappia ridurre l’inquinamento, le emissioni di gas serra e i rifiuti, preservando il patrimonio naturale e le sue risorse.

L'UNEP considera la green economy un’economia a basse emissioni di anidride carbonica, efficiente nell’utilizzo delle risorse e socialmente inclusiva, che produce benessere umano ed equità sociale, riducendo allo stesso tempo i rischi ambientali.

Il punto di partenza di tutte le definizioni e impostazioni della green economy è la critica alla visione economica tradizionale che non ha tenuto nel giusto conto i danni, anche economici, legati agli impatti ambientali causati dall’attuale sistema economico e produttivo, soprattuttoin settori quali l’agricoltura, la pesca, l’allevamento e il turismo che dipendono da un sano contesto ambientale. Al contrario, la green economy ritiene necessario stimare il valore della biodiversità e delle risorse naturali, quali beni pubblici e servizi eco sistemici, finora sottovalutati e mal gestiti in quanto invisibili economicamente: l’aumento della domanda di risorse (terra, acqua, foreste, ecosistemi) ha portato a un maggiore  impoverimento e degrado dell’ambiente; la perdita di biodiversità e la deforestazione continuano ad un ritmo allarmante; la scarsità di risorse, così come l’accesso ad esse, sta divenendo un problema di portata planetaria; le emissioni di gas ad effetto serra continuano ad  aumentare in tutto il mondo, alimentate dal cambiamento di destinazione d’uso dei terreni e dalla crescente domanda di combustibili fossili. Gli effetti del cambiamento climatico (come  il mutare del regime delle precipitazioni e l’innalzamento del livello del mare) possono  peraltro moltiplicare gli attuali problemi ambientali.

In questo contesto, la sfida della green economy è quella di superare il vecchio modello economico basato sullo sfruttamento di risorse naturali e sulla scarsa attenzione agli impatti ambientali, riconoscendo i limiti del pianeta, quali confini di una nuova visione basata su un uso sostenibile delle risorse e su una riduzione drastica degli impatti ambientali e sociali: solo così potranno essere affrontati due grandi problemi, interdipendenti: offrire condizioni di vita migliori ad una popolazione che nel 2050 sarà  cresciuta di oltre un terzo e fronteggiare la pressione esercitata da più parti sull’ambiente, che, se incontrastata, pregiudicherà la capacità di risolvere il primo problema.

 

I green jobs

Il concetto di economia verde chiama in causa temi quali il miglioramento delle prospettive di salute, la sicurezza energetica e nuove prospettive di lavoro.

In particolare, numerose e stimolanti sono le occasionidi mercato oggi offerte da quelli che vengono definiti “Green jobs”, quelle “occupazioni nei settori dell’agricoltura, del manifatturiero, nell’ambito della ricerca e sviluppo, dell’amministrazione e dei servizi che contribuiscono in maniera incisiva a preservare o restaurare la qualità ambientale”. Queste includono attività che aiutano a tutelare e proteggere gli ecosistemi e la biodiversità; a ridurre il consumo di energia, risorse e acqua tramite il ricorso a strategie ad alta efficienza; a minimizzare o evitare la creazione di qualsiasi forma di spreco o inquinamento” [7].

Secondo i dati raccolti nel rapporto GreenItaly 2012 l‘eco-industria fornisce in Europa circa 3,4 milioni di posti di lavoro, un contributo in termini occupazionali superiore a quello dell’industria automobilistica, della chimica o del sistema moda, con circa 600.000 nuovi posti di lavoro creati tra il 2004 e il 2008 in settori quali i rifiuti e l’acqua [8].

In Italia, secondo i dati del Sistema Informativo Excelsior, nel 2012 le circa 360mila imprese che hanno investito in prodotti o tecnologie green hanno programmato più di 55mila assunzioni.

Investire nella green economy rappresenta quindi un fattore di competitività, come dimostrano anche i dati relativi alle esportazioni (il 37% ha esportato nel 2011, contro il 22% delle imprese non green) e all’innovazione.

Questi numeri si riferiscono all’eco-industria in senso stretto, ossia all’industria dei beni e dei servizi ambientali finalizzati a misurare, limitare, minimizzare o correggere i danni ambientali recati all’acqua, all’aria, al suolo, o relativi a problemi legati ai rifiuti, all’inquinamento acustico e ai danni recati agli ecosistemi. Ai settori dell’eco-industria devono aggiungersi quei comparti che generano posti di lavoro connessi all’ambiente come l’agricoltura biologi-ca, la silvicoltura sostenibile e il turismo ecologico [9], settori che possono essere strategici per una valorizzazione del made in Italy e soprattutto dei prodotti tipici.

Quello della green economy può rappresentare infatti un settore strategico, ad elevata potenzialità occupazionale, soprattutto nei territori ad alta valenza culturale e ambientale, in cui lo sviluppo economico deve essere coniugato con la possibilità di avere maggiore e migliore occupazione, anche attraverso il recupero di figure e mestieri tradizionali. Secondo un’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al secondo trimestre del 2012, l’agricoltura registra un incremento delle assunzioni del 10,1% rispetto lo stesso trimestre 2011, attestandosi come il settore che fa registrare il più elevato aumento nel numero di lavoratori dipendenti, in netta controtendenza con l’andamento generale che mostra livelli elevati di disoccupazione. 
Il trend positivo dell’agricoltura è particolarmente importante perché si stima che un lavoratore dipendente su quattro assunti in agricoltura abbia meno di 40 anni.

In particolare, l’agricoltura biologica con i suoi 1.100.000 rappresenta una delle eccellenze italiane, essendo il nostro Paese il primo produttore bio in Europa per numero di operatori. Secondo l’Indice di Green Economy (IGE) stilato da Fondazione Impresa, sono le regioni meridionali ad eccellere negli indicatori relativi all’agricoltura biolo-gica: Basilicata, Calabria, Sicilia, Lazio, To-scana e Puglia si posizionano nei primi sei posti della classifica relativa alla superficie destinata all’agricoltura biologica. Le regioni settentrionali si distinguono per la produzione di energia elettrica da fonti idriche. I primi tre posti nella classifica relativa a questo specifico indicatore sono infatti occupati nell’ordine da Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia.

Come dimostrano i dati, la green economy in Italia non conosce la tradizionale frattura tra Nord e Sud, interessando tutte le regioni, seppure con specifiche caratteristiche e distinzioni: le regioni più “green” d’Italia sono il Trentino Alto Adige, la Toscana e la Basilicata e, a seguire, la Calabria, la Valle d’Aosta e il Veneto.

Il concetto di Green Economy abbraccia tanti mondi: biologico, rinnovabili, efficienza energetica, gestione virtuosa dei rifiuti, tutela della biodiversità o più semplicemente un modo di fare impresa, in qualsiasi settore, sostenibile. Di Green Economy si è discusso ieri nell’ambito di un congresso promosso dal CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi.

Nel corso dell’incontro è intervenuto il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che ha anticipato i contenuti del Consiglio dei Ministri europeo dell’Ambiente e del Lavoro in programma a Milano per il prossimo 16 e 17 luglio.

Galletti ha spiegato che la convocazione dei ministri di Lavoro e Ambiente a un tavolo unico nasce dalla volontà dell’Italia di puntare su occupazione e sostenibilità nel corso del suo semestre di presidenza europea, al fine di favorire la ripresa economica e garantire un futuro alle nuove generazioni.

Spesso investire in tecnologie per la riduzione delle emissioni e dei consumi e nell’ottimizzazione delle risorse è stato visto da alcune imprese come un peso, una zavorra per la competitività. Secondo Galletti, invece, la tutela dell’ambiente può procedere di pari passo con l’innovazione, la crescita e la lotta alla disoccupazione giovanile dilagante in Europa.

Secondo le stime fornite da Galletti da qui al 2020 complessivamente negli Stati membri potrebbero essere creati ben 20 milioni di nuovi posti di lavoro verdi. Queste cifre nascono dai dati positivi sui green jobs in Europa registrati negli anni scorsi. Dal 2002 al 2011 sono infatti nati ben 4 milioni di posti di lavoro nella Green Economy, di cui oltre un milione nel periodo che va dal 2007 al 2011.

Secondo le stime “prudenti” del CONAI, la sola eliminazione delle discariche come metodo di smaltimento dei rifiuti creerà 307 mila nuovi posti di lavoro fissi e 125 mila temporanei. Nel corso del convegno Galletti non ha risparmiato una frecciatina all’Unione Europea proprio sul tema della riduzione dei rifiuti:

«L’Italia rischia una procedura di infrazione sull’uso dei sacchetti per la spesa biodegradabili. Il motivo è che non si favorirebbe la circolazione delle merci. Se l’infrazione dovesse arrivare ne sarei orgoglioso e l’appenderei dietro la mia scrivania. Sarebbe un paradosso se l’Italia venisse punita per essere all’avanguardia su una questione di tutela dell’ambiente.»

 

Green economy: il riciclo in Italia vale 43 miliardi

L’Italia del riciclo una spinta per la Green Economy. Secondo il rapporto presentato ieri dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, presieduta dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, le aziende impegnate nel recupero dei materiali riciclabili hanno raggiunto un fatturato complessivo di circa 34 miliardi.

Le aziende impegnate nel riciclo sono in Italia perlopiù di piccole dimensioni o ditte individuali, si legge nel rapporto realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile insieme co FISE UNIRE, ma con numeri complessivi importanti per quel che riguarda soprattutto l’occupazione, cresciuta del 13% negli ultimi 5 anni. Ad aumentare nello stesso periodo anche il numero delle aziende coinvolte (+10%), delle quali il 94% svolge tra le proprie attività anche quella di recupero.

Il rapporto sul riciclo in Italia valuta l’andamento del settore nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012, durante il quale è cresciuto anche un settore chiave come quello della raccolta degli imballaggi(ancora in crescita dell’1% tra il 2012 e il 2013). Circa 9.000 in totale sono le imprese attualmente impegnate nel recupero dei rifiuti.

Crescita che appare ancor più evidente prendendo in considerazione le eccellenze del riciclo in Italia, con percentuali di recupero per carta, acciaio e vetro pari rispettivamente all’86%, al 74% e al 65%. Come ha sottolineato lo stesso Edo Ronchi:

«Il riciclo dei rifiuti in Italia potrebbe crescere, generando nuovi investimenti e nuova occupazione, con norme più chiare, certe ed efficaci a partire da quelle, attese da anni,che indichino con precisione a quali condizioni un rifiuto sottoposto ad un trattamento di recupero cessa di essere un rifiuto e diventa un prodotto.

In attesa dei regolamenti europei che richiederanno tempo e saranno parziali, si dovrebbe procedere con un Decreto del Ministro dell’Ambiente, sul modello del DM 5.2.98, che stabilisca caratteristiche e condizioni almeno per tutte le tipologie di rifiuti non pericolosi che possono essere sottoposti ad un recupero completo, che consentano di arrivare alla cessazione della qualifica di rifiuto (End of waste) applicando i criteri comunitari.

Il testo di questo decreto ministeriale, data la sua vastità, può essere preparato in tre mesi da una commissione tecnica ad hoc e con una rapida consultazione di tutte le categorie interessate.»

 

Nuove competenze professionali per vincere la sfida della green economy

«La transizione verso un’economia sostenibile ed efficiente nell’uso delle risorse naturali avrà effetti pervasivi nell’economia e comporterà importanti trasformazioni nel mercato del lavoro e nella stessa vita delle persone. Gli effetti sulla crescita e sull’occupazione dipenderanno dalla capacità di anticipazione dei fabbisogni di nuove competenze professionali e dalla messa in campo di politiche integrate d’investimento in formazione e innovazione.»

- Antonio Ranieri
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