Economia circolare

L'Economia circolare, via maestra per la sostenibilità

Sterzare il cammino dell'economia mondiale verso la sostenibilità – ovvero un uso delle risorse planetarie che non comprometta l'esistenza dei nostri pronipoti – è più facile a dirsi, che a farsi. Non foss'altro perché richiede molto tempo e tanti investimenti. Ma se fosse più rapido ed economico del previsto?

È la promessa dell'economia circolare. Invece di procedere linearmente, dall'alba della materia prima al tramonto del rifiuto, i prodotti di consumo potrebbero dotarsi di una vita "rotonda" che va ben al di là del comune concetto di riciclaggio. Gli esempi già non mancano: dalla produzione di biogas dagli scarti alimentari, fino a scarpe e vestiti fabbricati con bottiglie di plastica usate. Ma si può andare molto più in là. Non foss'altro perché – secondo stime di McKinsey – l'economia circolare, solo nel mercato dei prodotti di largo consumo, promette 700 miliardi di dollari all'anno di risparmi.

La multinazionale della consulenza ha pubblicato «Towards the circular economy», un rapporto consegnato ai leader dei grandi Paesi industrializzati, commissionato dalla Ellen MacArthur Foundation (fondata dalla 36enne marinaia che, al ritorno dalla circumnavigazione solitaria del pianeta in tempi record, è stata fatta Dama dell'Ordine dell'Impero Britannico dalla regina Elisabetta). La fondazione si occupa di propugnare i benefici dell'economia circolare. Ha appena lanciato l'iniziativa Circular Economy 100: un club di cento grandi imprese (Coca-cola e Ikea ci sono già) pronte a gettarsi alle spalle la vecchia economia lineare. «Il concetto di fine vita utile di un prodotto va eliminato - sintetizza Giorgio Busnelli, partner di McKinsey esperto di sostenibilità -. Il nostro rapporto dice che fra il 60 e l'80% delle risorse viene sprecato al termine del percorso lineare estrazione-produzione-consumo-rifiuto. In un mondo dove 3 miliardi di consumatori stanno entrando nella classe media, tutto questo non è più sostenibile».

Il momento per sterzare, è quello giusto. Un po' perché ci sono le tecnologie necessarie: ad esempio per tracciare la vita dei materiali lungo la catena del valore. Poi, c'è la crescente scarsità delle risorse, con i prezzi delle commodities sui massimi. «Ma la novità è che anche i consumatori, a cominciare da quelli dei paesi emergenti – osserva Busnelli – domandano un nuovo approccio all'economia e alla produzione. Per loro, il servizio può essere più interessante del semplice possesso di un prodotto».

Perché non c'è soltanto da ripensare alle risorse usate in un prodotto, in modo da minimizzare quelle scarse e quelle tossiche. Non c'è solo da rivedere il packaging, oggetto di infiniti possibili miglioramenti. Bisogna anche progettare i prodotti perché durino più a lungo. «Se una lavatrice viene ideata per funzionare 10mila cicli invece che 2mila – spiega Busnelli - può essere usata da più di un cliente con la formula dell'affitto, consentendo un risparmio di 180 chili di acciaio e 2,5 tonnellate di CO2 in vent'anni». Anche questo, è l'economia circolare.

Eppure, il mercato ci ha abituati a una sorta di "obsolescenza programmata" dei prodotti: che interesse hanno le imprese a investire su un'allungamento della loro vita? «Agli occhi dei consumatori può diventare un vantaggio competitivo», risponde Busnelli.

Un qualsiasi prodotto di consumo "circolare", in altre parole, potrà essere preferito a un prodotto lineare. Senza però dimenticare che i risparmi sui costi industriali sarebbero già un bell'incentivo. Ma le imprese sarebbero disposte a trasferire parte del risparmio sui consumatori finali? «Dipende», risponde ancora Busnelli. «In uno dei casi che abbiamo studiato, l'utilizzo di bottiglie riusabili (invece che riciclabili) da parte dell'industria della birra, c'è bisogno della collaborazione dei consumatori e quindi la risposta è affermativa».

Un esempio di prodotto circolare by design? Un telefono cellulare. «Se viene ideato per essere facile da aprire e da scomporre – spiega Busnelli - diventa più economico riciclare i pezzi e recuperare i materiali rari».

 

Computer riciclabili, un esempio di economia circolare

Produrre computer eco-responsabili, quasi senza rifiuti, è la sfida raccolta da Paul Maher. Tre anni fa, la sua impresa ha ottenuto il primo Ecolabel europeo attribuito a un produttore di computer. I suoi sono riciclabili al 98% – mentre quelli convenzionali lo sono al 38% – e consumano la metà dell’elettricità.

Paul Maher, amministratore delegato di MicroPro Computers: “Non usiamo mercurio, piombo, PVC né plastiche nei nostri computer”.

Paul Maher e Anne Galligan hanno sviluppato un modello commerciale basato sul servizio post-vendita. L’obiettivo è garantire una longevità record ai loro computer.

Paul Maher, amministratore delegato, MicroPro Computers: “I nostri computer possono essere aggiornati attraverso la programmazione modulare, quindi è abbastanza facile ripararli o fare l’upgrade. Tutti i computer sono fatti di legno o di legno riciclato quindi non esistono due computer che si assomiglino”.

Si chiama economia circolare: tutto o quasi tutto è riutilizzabile. Alla fine della loro vita, i computer ecologici potranno servire da registratore di cassa o da luci di emergenza. Oggi questa azienda di 25 dipendenti genera un fatturato annuo di un milione e mezzo di euro in Irlanda e punta a raggiungere dieci milioni di euro su cinque anni e a triplicare il personale stringendo partnership in Europa.

Anne Galligan, direttrice, MicroPro Computers: “Il nostro modello commerciale può essere riprodotto in tutto il mondo. Attualmente discutiamo con diversi centri di servizi in tutta Europa, affinché i nostri computer Iameco possano avere lo stesso tipo di servizio che garantiscono in Irlanda”.

Ma questo modello di economia circolare può essere esteso a tutti i settori? Secondo stime, concepire prodotti che durino o riutilizzare le materie prime permetterebbe alle imprese dell’Unione Europea di risparmiare 600 miliardi di euro, ossia l’8% del loro fatturato annuale.

Shane Colgan, manager dell’unità per l’efficienza delle risorse, Agenzia irlandese per la protezione ambientale: “L’economia circolare funzionerà in tutti i settori dell’economia. Tra gli esempi ci sono i sistemi di car sharing in diverse città europee, o anche un’azienda irlandese che converte la plastica in abbigliamento di pile”.

Il passaggio all’economia circolare potrebbe generare fino a 580 mila posti di lavoro in Europa e contribuirebbe alla lotta contro il surriscaldamento globale.

Shane Colgan, manager dell’unità per l’efficienza delle risorse, Agenzia irlandese per la protezione ambientale: “L’economia circolare crea davvero vantaggi per tutti. La Commissione Europea ha detto che fino al 2030 saremo in grado di ridurre le emissioni di biossido di carbonio di 450 milioni di tonnellate l’anno grazie all’economia circolare”.

 

Sprecare meno per lavorare di più

Meno spreco di risorse vuol dire più occupazione. Ma non solo: uno sviluppo basato sul riuso, il riciclo, la riduzione del consumo di materie prime e della produzione di rifiuti potrebbe intaccare anche quello che è considerato il tasso di disoccupazione fisiologico di un'economia perché, oltre a creare lavoro, riduce il disallineamento tra domanda e offerta. È quanto emerge da un nuovo report che parla della realtà del Regno Unito ma che arriva a conclusioni che sono interessanti anche per altre situazioni, quella italiana in primis.

Lo studio indaga sui possibili effetti sul mercato del lavoro britannico dell'economia circolare. Stiamo parlando di tutte quelle attività che migliorano l'efficienza nell'uso delle risorse: dal riuso, al riciclo, al ricondizionamento dei prodotti, fino alla fornitura di servizi che consentono ai consumatori di godere dei beni senza la necessità di possederli, come il noleggio o il car-sharing.

La ricerca – condotta da Green Alliance assieme al think-thank “circolarista” Wrap – ipotizza tre scenari per il 2030, uno molto conservativo, che assume che non ci siano nuove iniziative per promuovere l'economia circolare, uno “mezzano” che prevede che la crescita di queste attività continui con i trend attuali e uno “trasformativo” nel quale si spinge veramente l'acceleratore sull'efficienza nell'uso delle risorse. Negli ultimi due scenari si potrebbero creare tra i 200mila e il mezzo milione di nuovi posto di lavoro (valore lordo, senza tenere conto delle possibili perdite in altri settori) e ridurre la disoccupazione di 54-102mila unità.

Ma più che i risultati quantitativi - di studi che raccontano quanto questo o quel settore aumenterebbe l'occupazione ormai abbiamo fatto indigestione – la conclusione interessante del report è che l'economia circolare potrebbe migliorare l'efficienza anche del mercato del lavoro.

Le attività in questione infatti ridurrebbero il mismatch (lo scostamento) geografico e di competenze tra domanda e offerta. Un problema che è molto sentito nel Regno Unito dove la disoccupazione è (come in Italia) molto più grave in alcune aree e più alta per i lavori meno qualificati: il mismatch lì pesa per 3 punti percentuali di occupazione. In questo modo, sostengono gli autori, si potrebbe addirittura abbassare quello che gli economisti neoclassici pensano sia il tasso di disoccupazione minimo fisiologico di un'economia, il NAIRU (non-accelerating inflation rate of unemployment), per il Regno Unito stimato al 5%.

Senza nemmeno considerare i logici benefici ambientali e l'aspetto occupazionale, d'altra parte, spremere al massimo il valore delle risorse, mantenendo le materie prime in circolo il più a lungo possibile potrebbe diventare un'ottima strategia per la competitività di economie e aziende.

 

Employment and the circular economy

Si rimanda al download del documento "Employment and the circular economy - Job creation in a more resource efficient Britain" redatto da Wrap e Green Alliance per una interessante overview del sistema britannico.

 

In Italia, si inizi dalla fiscalità

Da dove iniziare per intraprendere questa strada? Un'idea per la politica potrebbe essere di partire dalla fiscalità, tassando di più il consumo di risorse e meno il lavoro. A partire dalla carbon-tax sui combustibili fossili che mai come in questo periodo di petrolio a prezzi stracciati sarebbe facile introdurre. Peraltro in Italia carbon-tax e tassazione ambientale sono già previste dalla legge, anche se per ora restano sulla carta.

Con l'articolo 15 della legge di delega fiscale (l.11 marzo 2014, n. 23), infatti il Governo è delegato a “introdurre nuove forme di fiscalità finalizzate a orientare il mercato verso modi di consumo e produzione sostenibili, e a rivedere la disciplina delle accise sui prodotti energetici e sull'energia elettrica, anche in funzione del contenuto di carbonio e delle emissioni di ossido di azoto e di zolfo”.  Il gettito, secondo la delega, dovrà essere destinato “prioritariamente alla riduzione della tassazione sui redditi, in particolare sul lavoro generato dalla green economy, alla diffusione e innovazione delle tecnologie e dei prodotti a basso contenuto di carbonio e al finanziamento di modelli di produzione e consumo sostenibili, nonché alla revisione del finanziamento dei sussidi alla produzione di energia da fonti rinnovabili”.

 

Approfondisci su:

» www.ilsole24ore.com

» www.euronews.com

» www.qualenergia.it

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