Il Consumo etico e responsabile

Si può descrivere al meglio il Consumo etico e responsabile prendendo in prestito una definizione alquanto sintetica ed esplicativa: per consumo critico o consapevole s’intende la pratica di organizzare le proprie abitudini d’acquisto e di consumo in modo da accordare la propria preferenza ai prodotti che posseggono determinati requisiti di qualità differenti da quelli comunemente riconosciuti dal consumatore medio.

E allora ci si chiede, quali sono questi requisiti?

Diritti dei lavoratori, diritti degli animali, salute dei consumatori ed impatto ambientale credo siano i requisiti fondamentali nella scelta di un prodotto. Eleggere un prodotto non solo è un dovere, ma un diritto del cittadino e rappresenta una forma di potere. E’ un dovere chiedersi come sia arrivato un prodotto sullo scaffale del supermercato, da quale paese del mondo provenga e come venga trasportato, quali siano le condizioni di lavoro della fabbrica e, conseguentemente, dei lavoratori, come vengano trattati gli animali oppure se siano stati usati agenti chimici durante la coltivazione. Il consumatore ha delle responsabilità e l’atto privato del “comprare” o dell’utilizzo ha in realtà una risonanza a livello globale e pubblica che non deve essere sottovalutata.

E’ un diritto avere accesso a queste informazioni, un diritto è anche la garanzia di controllo che assicuri la veridicità delle informazioni. E’ una forma di potereScegliere è una forma di potere che influenza, in tal caso, le economie di mercato e le aziende. Operare una scelta è l’elezione del pensiero etico, l’adozione di uno stile di vita più riflessivo e critico e rappresenta un’alternativa allo status quo.

Cosa significa, nella realtà, consumo critico?

Supporto ai piccoli imprenditori, gestione del territorio.

Con il consumo critico nascono, in Italia, i gruppi di acquisto solidali (GAS) che supportano i piccoli imprenditori grazie ai loro acquisti. I gruppi cercano prodotti provenienti da piccoli produttori locali per avere la possibilità di conoscerli direttamente e per ridurre l’inquinamento e lo spreco di energia derivanti dal trasporto; propendono per il prodotto biologico che sia stato realizzato rispettando le condizioni di lavoro. I GAS hanno anche una connotazione sociale: i gruppi nati come “d’acquisto” diventano poi gruppi di sensibilizzazione, di scambio di informazione, di condivisione. Rappresentano, quindi, una nuova coscienza sociale. Vi sono gruppi di acquisto in ogni comune d’Italia, cerchiamo quello più vicino a noi.

Maggiore equità sociale.

Dalla volontà di garantire ai produttori ed ai lavoratori nei paesi in via di sviluppo un trattamento equo e rispettoso, nella salvaguardia di ogni differenza etnica, culturale, religiosa, nasce il commercio equo e solidale o fair trade. Parliamo di un commercio internazionale che non ha come obiettivo la massimizzazione del profitto, bensì i diritti umani e la lotta alla povertà e allo sfruttamento, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l’educazione, l’informazione, la giustizia sociale ed economica, lo sviluppo sostenibile. (Carta Italiana dei criteri del commercio equo e solidale). Il commercio equo e solidale stabilisce, inoltre, una relazione paritaria tra le parti in causa, quali produttori, lavoratori, Botteghe del Mondo e consumatori.

Le botteghe del mondo sono un’associazione nata nel 1991 che promuove il commercio equo e solidale e s’impegna a svolgere attività di informazione, formazione ed educazione per contribuire a smascherare e modificare le attuali regole del commercio internazionale responsabili dell’indigenza della maggior parte della popolazione del pianeta e del crescente degrado dell’ambiente.

Tra i prodotti tutelati dal commercio equo e solidale troviamo cioccolato, caffè, prodotti di artigianato, prodotti da agricoltura biologica quali miele, quinoa, orzo, etc.. Perché tutelare proprio questi prodotti? In particolare, nei paesi produttori di materie prime sono i bambini ad essere sfruttati ed impiegati specialmente nel settore agricolo, nelle piantagioni di cacao, caffè e cotone. Nel 2011, l’università di Tulane, New Orleans, pubblica una ricerca dalla quale emerge come più del 50% dei bambini in Ghana e Costa D’Avorio lavori nell’agricoltura, di cui un 25-50% nella piantagioni di cacao. Molti bambini cominciano a lavorare sin da piccoli per un totale di 20 ore alla settimana, spostando pesanti carichi o essendo coinvolti con pesticidi, senza compenso. Questa ricerca, ancora una volta scioccante, dimostra come poco sia cambiato rispetto al 2001 quando fu firmato il protocollo Harking-Engel per l’eliminazione della schiavitù minorile nelle piantagioni di cacao e del traffico di minori. Diede vita allo scandalo, che portò alla redazione del protocollo, un articolo di Sudarsan Raghavan and Sumana Chatterjee dal titolo How your chocolate may be tainted”, “Come il tuo cioccolato può essere contaminato” in cui viene riportato che il 43% dei chicchi di cacao del mondo proviene da aziende agricole dell’Africa dell’Ovest in cui i bambini coinvolti hanno tra i 12 ed i 16 anni, i più piccoli 9. Nel 2001 l’agenzia internazionale per la tutela dell’infanzia dallo sfruttamento del lavoro minorile (ILO) stimava che fossero 378.000 i bambini coinvolti nelle piantagioni della Costa d’Avorio.

“Food for thoughts”, letteralmente tradotta “cibo per pensieri”, è un’espressione inglese che cade a pennello: spunti di riflessione, maggiore informazione e consapevolezza nella scelta non devono mancare se si vuole mettere fine a tali ingiustizie. Eloquente testimonianza in tal senso è rappresentata dal documentario "The dark side of chocolate"di Miki Mistrati & Roberto Romano.

Agricoltura Biologica

Per agricoltura biologica s’intende un tipo di sistema produttivo che rispetta il ciclo della natura, minimizzando l’impatto umano sull’ambiente, limitando restrittivamente l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti sintetici e di antibiotici nell’allevamento degli animali, il divieto nell’uso di organismi geneticamente modificati (OGM). Ma non solo. Il benessere degli animali allevati per la produzione è uno dei significati che ha assunto la parola “biologico” e che è garantita dal marchio BIO. La zootecnia biologica deve fornire al bestiame una vita confortevole e priva di stress, in accordo con i loro bisogni naturali tra i quali accesso all’aria aperta, no-violenza, cibo appropriato e stalle adeguate, cure. Ed ancora: parliamo di rispetto dell’ambiente, della Terra in sé, grazie all’utilizzo di procedimenti di rotazione delle colture e di fertilizzanti organici, alla severa restrizione nell’uso di fertilizzanti chimici e fitofarmaci; parliamo di biodiversità per preservare ogni specie vivente ed anzi, incrementarne il numero e facilitarne il ciclo vitale utilizzando concimi animali e riduzione dell’uso di energia attraverso il riciclo dei rifiuti e sottoprodotti.

L’aumento dei costi di produzione per garantire questi criteri di produttività, aggravato dall’ancora scarsa economia di trasformazione e distribuzione dei prodotti BIO, fa lievitare i prezzi stessi dei prodotti; il che costituisce una nota negativa per il consumatore e, talvolta, fa pendere la scelta verso un prodotto non-biologico. Purtroppo, ad oggi, questo è il prezzo da pagare per la qualità di un prodotto che viene realizzato secondo principi auspicabili. Tuttavia, con una maggiore informazione e divulgazione della qualità dei prodotti BIO e con una scelta critica ed etica si potrebbe, in futuro, avere un’inversione di tendenza. Ovvero, se tutti i consumatori optassero per una scelta biologica, le imprese si allineerebbero su questi temi ed anche i prezzi subirebbero una decrescita. Questo è davvero possibile? Se si coniuga una scelta etica alla riduzione dei consumi, la mia risposta è un affermativo SI.

Il non-consumo

Non si può parlare di sostenibilità e poi condurre uno stile di vita “non sostenibile”. Uno sviluppo che soddisfa i bisogni attuali senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri, viene definito sostenibile.

Se riflettiamo sul pensiero di Georgescu-Roegen, fondatore della bioeconomia, che afferma “qualsiasi scienza che si occupi del futuro dell’uomo, come la scienza economica, deve tener conto della ineluttabilità delle leggi della fisica, ed in particolare del secondo principio della termodinamica, secondo il quale alla fine di ogni processo la qualità dell’energia è sempre peggiore rispetto all’inizio” (Bioeconomia, Verso un’altra economia ecologicamente e socialemnte sostenibile, Torino: Bollati Boringhieri, 2003), ne deduciamo che nessuno sviluppo potrà mai essere completamente sostenibile in quanto complice della diminuzione dell’energia futura e del degrado della materia stessa. Ergo, un dovere del non-consumatore consapevole è ridurre i propri consumi a rendere eco-sostenibile lo stile di vita stesso, per i posteri, e per ottenere oggi una maggiore equità globale. Infatti, il 61% della popolazione mondiale più ricca che corrisponde circa all’1% della popolazione globale ha lo stesso reddito di circa 3.5 miliardi di poveri, circa il 56% della popolazione. (Dati Unicef 2007).

Non solo, quindi, è necessario mettere in discussione con criticità le nostre azioni quotidiane a partire dai mezzi di trasporto utilizzati, considerando le emissioni di anidride carbonica prodotta e il petrolio utilizzato; dal vestiario ai prodotti tecnologici, industrie altamente inquinanti e dove, spesso, le condizioni lavorative sono ai limiti della legalità; la cosmesi personale, il mondo farmaceutico, responsabili di test sugli animali e dell’utilizzo di sostanze chimiche dannose per l’uomo e l’ambiente; ma soprattutto: Riciclare – Riutilizzare – Ridurre, un appello alla coscienza di ciascuno di noi.

 

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